Donald Trump ha raccolto fra 150 e 170 milioni di dollari dopo le elezioni. La cifra oscilla a seconda delle fonti, ma quello che è certo è che, con la sua campagna basata sulla denuncia di frodi che però non ha mai provato, il presidente ha raccolto una somma enorme, che gli ha permesso di chiudere novembre con il miglior risultato della campagna elettorale: il miglior mese finora era stato settembre, con 81 milioni di dollari, mentre nel secondo trimestre del 2020 Trump aveva raccolto 125 milioni. Si tratta di un record inusuale a elezioni finite, che conferma tuttavia la tendenza dei suoi sostenitori a correre in aiuto — soprattutto economico — quando percepiscono che il presidente è sotto assedio: e non hanno neanche dovuto pensarci troppo, considerando che lo staff di Trump ha inviato circa 500 email ai sostenitori nel mese di novembre, chiedendo donazioni per le azioni legali e promettendo di difendere le elezioni dai tentativi di frode.

Le donazioni sono richieste dall’Official Election Defense Fund, un comitato che in realtà non esiste, e sono dirette invece al Trump Make America Great Again Committee, un secondo comitato che raccoglie fondi per la campagna di Trump, per il partito repubblicano e per Save America, un terzo comitato che Trump ha fondato a metà novembre per attività politiche future. Il 75% dei fondi, spiegano fonti interne al New York Times e al Washington Post, sarà destinato a Save America (e quindi anche alla campagna del 2024?) e il 25% è diretto al partito e servirà invece a coprire le spese operative e legali, oltre che i debiti della campagna elettorale.

Mentre il presidente continua a chiedere ai sostenitori donazioni per ribaltare le elezioni, pur avendo già perso 38 azioni legali, gli ultimi due Stati in cui aveva dichiarato battaglia hanno certificato ieri la vittoria di Joe Biden. Con un passaggio burocratico puramente formale in qualsiasi altra elezione, Arizona e Wisconsin hanno chiuso ogni possibile spiraglio per Trump, ufficializzando di fatto la vittoria di Biden: il candidato democratico dovrà ora soltanto aspettare il voto del collegio elettorale il 14 dicembre per diventare il presidente eletto.

In Arizona il segretario di Stato Katie Hobbs, una democratica, ha certificato il risultato insieme a tre repubblicani: il governatore Doug Ducey, il procuratore generale Mark Brnovich e il presidente della locale Corte Suprema Robert Brutinel. In Wisconsin, invece, è stata la presidentessa della commissione elettorale Ann Jacobs a firmare il documento, durante una conferenza stampa di tre minuti.

Con questo atto formale, Arizona e Wisconsin hanno fatto saltare la mossa disperata della campagna di Trump, che puntava a ritardare l’ufficializzazione dei risultati nei sei Stati in bilico vinti da Biden – gli altri sono Pennsylvania, Georgia, Michigan e Nevada, e hanno certificato i risultati nei giorni scorsi – e permettere così ai parlamenti statali (a maggioranza repubblicana) di nominare grandi elettori che avrebbero votato per il presidente il 14 dicembre: una strategia che gli stessi repubblicani avevano definito «folle e pericolosa».

Ora, però, qualche donatore comincia a sentirsi truffato. È il caso di Fredric Eshelman, imprenditore della North Carolina che aveva donato 2,5 milioni di dollari a True the Vote, un gruppo texano che prometteva di presentare cause legali nei sei Stati per esporre le frodi dei democratici. È finita che Eshelman si è ritrovato a fare causa lui stesso, ma proprio a True the Vote, che nel frattempo aveva abbandonato i propri intenti legali.

Dopo aver chiesto più volte spiegazioni e aggiornamenti, Eshelman — fondatore dell’omonima società di venture capital — ha deciso così di rivolgersi al tribunale per riavere i propri soldi. «La nostra missione va oltre una singola elezione», ha replicato con una dichiarazione pubblicata sul sito dell’organizzazione la fondatrice Catherine Engelbrecht. «Noi vogliamo aggiustare il sistema in vista delle elezioni future».

Corriere della Sera, 1 dicembre 2020

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