Il suo primo omicidio Samuel Little lo commise nelle ultime ore del 1970, in una piazzola isolata della Route 27, non lontano da Miami. La vittima, Mary Brosley, era una donna minuta: aveva 33 anni, problemi di anoressia e alcolismo, camminava con un bastone dopo un’operazione all’anca e le mancava una falange del mignolo sinistro. «Era il tipo di donna che poteva scomparire dalla faccia della terra senza destare troppa attenzione», racconta il Washington Post in un articolo che ricostruisce la carriera del più prolifico serial killer americano, arrestato nel 2014. «Avevo un grande desiderio di strangolarla. Credo di aver perso il controllo», ha spiegato Little alla polizia, oltre 40 anni dopo. A maggio 2018, infatti, ha cominciato a parlare, confessando 93 omicidi compiuti nell’arco di 30 anni e attraverso 30 Stati.

Ormai ha 80 anni, è rinchiuso in un carcere californiano, eppure ha una memoria di ferro e un talento artistico affinato in carcere che gli hanno permesso di disegnare i ritratti delle sue vittime, quasi tutte donne, morte strangolate: l’ultima nel 2005 a Tupelo, in Mississippi. E così, da due anni, gli agenti stanno usando le informazioni per riaprire «cold case» in tutto il Paese. «Con l’entusiasmo di un anziano che ricorda le imprese di gioventù», scrive il Post, Little ha permesso di identificare oltre 50 vittime. «Se non avesse confessato, nessuno di questi casi sarebbe stato risolto», ha affermato Angela Williamson, del dipartimento di Giustizia.

Oltre all’identità delle sue vittime, le confessioni hanno svelato la fragilità della giustizia criminale americana, che gli ha permesso di uccidere senza paura di essere catturato, colpendo persone ai margini della società: tossiche, prostitute, donne scappate di casa la cui morte poteva passare inosservata. «Non sarei mai andato in un quartiere bianco a uccidere un’adolescente», ha raccontato, svelando la strategia con cui ha eluso la giustizia per decenni. Nato in Georgia nel 1940, afroamericano, abbandonato dalla madre adolescente, già a 8 anni Little aveva il desiderio di strangolare. Ha una fedina penale densa di arresti, almeno 34, avvenuti in ogni angolo del Paese: per furto, aggressione, guida in stato di ebbrezza, per aver adescato una prostituta a Bakersfield. Mai per omicidio. A volte passava anni in galera, e quando usciva riprendeva a uccidere.

Spesso la polizia non riusciva nemmeno a stabilire che fossero omicidi. Il corpo di Brosley fu scoperto dopo tre settimane, decomposto: il caso fu archiviato come morte sospetta. Di Mary Ann Jenkins, una 22enne nera dell’Illinois rinvenuta nuda con indosso gioielli si pensò fosse stata uccisa da un fulmine. Nel 1994 la morte di Jolanda Jones a Pine Bluff, Arkansas, fu classificata come overdose. Venticinque anni dopo, però, la polizia di Pine Bluff riceve una chiamata dall’Fbi. Little aveva confessato l’omicidio di una donna da quelle parti, una 26enne che era stata ritrovata in una casa abbandonata con una pipa da crack. «Era come se fosse stato là con noi, quando abbiamo trovato il corpo», ha raccontato l’ex agente Terry Hopson.

Anche il caso di Brosley fu classificato come omicidio soltanto nel 1982. Poi nel 2018, a quasi cinquant’anni dalla morte, il detective David Denmark della contea di Miami riceve una telefonata: un serial killer aveva confessato di aver strangolato una donna nel sud della Florida. Cercando fra gli archivi, trova due casi: Brosley e Angela Chapman, una prostituta bianca e mentalmente disabile morta nel 1976 a 25 anni. Entrambe erano state uccise da Little, che ha confessato tutto al detective Denmark in cambio di una promessa: non avrebbe mai chiesto una condanna morte.

Corriere della Sera, 3 dicembre 2020 (pag. 20)

Un pensiero riguardo “Le confessioni del serial killer che disegnò i volti delle vittime

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