Migliaia di sostenitori di Donald Trump hanno marciato sabato nel centro di Washington sventolando bandiere e intonando lo slogan «four more years», con cui invocano altri quattro anni alla Casa Bianca. Era stato lo stesso presidente, in mattinata, a invitarli via Twitter a sfilare per le strade della capitale, dove sono scesi anche alcuni parlamentari neoeletti, membri di milizie e gruppi estremisti, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn — appena graziato dal presidente, che ha arringato la folla dalle scale della Corte Suprema invitando a mantenere la speranza — e il re delle teorie cospirative Alex Jones, con in mano un megafono: tutti denunciano frodi, di cui non esistono prove, e ritengono Joe Biden un presidente illegittimo.

La polizia temeva tafferugli, come quelli che si erano verificati venerdì sera a due blocchi dalla Casa Bianca e ai margini di Black Lives Matter Plaza, e aveva formato barricate umane per separare i due gruppi di manifestanti. Dopo un inizio di giornata pacifico, in serata scontri e momenti di tensione si sono registrati non solo nella capitale, ma anche in altre città. A Washington la polizia è intervenuta con i lacrimogeni per dividere alcuni supporter pro-Trump — in particolare membri dei Proud Boys — da una contromanifestazione: quattro persone sono state accoltellate e almeno sei sono state arrestate. A Olympia, capitale dello Stato di Washington, c’è stato anche uno sparo, partiti da un gruppo di manifestanti pro-Trump: un contestatore è stato ferito.

Sopra al corteo, un fiume di cappellini rossi, attorno a mezzogiorno ha effettuato una ricognizione anche il Marine One, l’elicottero presidenziale che — mentre trasportava Trump a West Point per la partita di football fra esercito e marina — ha volteggiato sulla folla come a sostenere una protesta senza speranza. I manifestanti infatti non si arrendono all’evidenza di un risultato inequivocabile arrivato dalle urne — 306 voti elettorali a 232 in favore di Joe Biden, che ha ricevuto anche 7 milioni di preferenze in più — né alla decisione della Corte Suprema, che venerdì sera ha respinto ancora una volta una causa arrivata dal fronte trumpiano, accompagnando di fatto all’uscio il presidente: i nove giudici del massimo tribunale degli Stati Uniti non hanno neanche ascoltato il ricorso del procuratore generale del Texas Ken Paxton, che chiedeva di annullare milioni di voti postali in Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin.

Il tempo ora stringe: tutti gli Stati hanno ormai certificato il risultato, i tribunali americani hanno respinto oltre 30 ricorsi presentati dal team legale della campagna di Trump e lunedì 14 dicembre si riunirà il collegio elettorale degli Stati Uniti per eleggere formalmente Joe Biden presidente. Trump affida allora le sue ultime speranze al nuovo Congresso, che il 6 gennaio dovrà contare i voti dei grandi elettori e proclamare ufficialmente la vittoria di Biden. «Il 14 dicembre non è necessariamente la data finale», ha affermato su Twitter il suo consigliere oltranzista Jason Miller. Il presidente e i suoi sostenitori più accaniti, insomma, non si arrendono, spingono il traguardo un po’ più in là e sperano ancora in un rovesciamento dell’ultimo minuto

Non succederà. Persino Byron York, rispettata e austera voce conservatrice del Washington Examiner, ha chiarito che per Trump è arrivato il momento di fermarsi, anche se potrebbero esserci stati problemi durante lo spoglio e il conteggio dei voti. «Il presidente ha tutto il diritto di presentare ricorsi: andare in tribunale non è un colpo di Stato o una minaccia per la democrazia», ha scritto nella sua newsletter di venerdì sera. «Le azioni legali non hanno però cambiato il risultato in nessuno degli Stati contestati, e doveva succedere in tre di questi: Biden vincerà con 306 voti, a meno che un paio di elettori infedeli non riducano leggermente il suo totale. Non c’era alcuna possibilità — ha concluso — che la Corte, su richiesta di uno Stato, cancellasse i risultati di altri quattro Stati: non c’erano basi per farlo, e avrebbe stabilito un precedente terribile che poteva rovinare la nostra politica per anni a venire».

Corriere della Sera, 12 dicembre 2020

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