La crisi economica causata dalla pandemia ha mandato all’aria i conti di Topolino, risvegliando i dissapori interni alla famiglia Disney. Dopo aver lasciato oltre 100 mila dipendenti senza stipendio ad aprile, quando il coronavirus ha costretto alla chiusura tutti i celebri parchi divertimento e ridotto drasticamente il fatturando (del 61% nel quarto trimestre), a fine novembre The Walt Disney Company ha annunciato il licenziamento di 32 mila persone (su un totale di 203 mila) nel 2021: in bilico ci sono esclusivamente i dipendenti più deboli, quelli che guadagnano 15 dollari lordi all’ora mentre i dirigenti intascano milioni.

In loro difesa, ancora una volta, è intervenuta Abigail Disney, 60 anni, ereditiera e azionista del colosso dell’entertainment con sede a Burbank, California, che da oltre un decennio duella con i manager dell’azienda di famiglia. «Ebenezer Scrooge è il modello di riferimento dell’amministratore delegato moderno, isolato nel suo ufficio a contare e ricontare i propri quattrini e preoccupato solo di come farli aumentare», ha denunciato su Twitter il 23 dicembre, paragonando i dirigenti all’avaro di Charles Dickens che ispirò nientemeno che Uncle Scrooge, ovvero Zio Paperone.

Pochi giorni prima Abigail — nipote di Roy O. Disney, co-fondatore dell’azienda nel 1923 assieme al fratello Walt, e figlia di Roy E. Disney, a lungo dirigente dissidente che negli anni Ottanta guidò la rivolta degli azionisti — aveva rilasciato un’intervista di fuoco a Kim Masters, giornalista dell’Hollywood Reporter, durante la quale aveva denunciato le grandi diseguaglianze che mettono in pericolo l’esistenza stessa di un’azienda sopraffatta dalla cultura delle business school, differenze soltanto esasperate dalla pandemia. «Non penso che l’azienda e la sua magia possano sopravvivere a questo comportamento aziendale, così come il marchio, per quanto sia massiccio come l’oro», ha affermato Disney, documentarista e attivista. «È un brand enorme ed onnicomprensivo, in cui le persone investono parecchio: non si eroderà lentamente, ma cadrà come una grande sequoia».

A preoccupare la signora Disney è in particolare la disparità di trattamento fra la cosiddetta «C-suite» — i dirigenti appunto — e i «membri del cast», le migliaia di dipendenti a basso reddito o pagati a ore. «Gli stipendi enormi al vertice sono una ricompensa per aver abbassato quelli della base: quando lo faccio presente mi guardano come se fossi un alieno, perché per loro non c’è nessuna relazione fra il salario di un operaio e quello di Bob Iger», per 15 anni ad del gruppo e da febbraio presidente esecutivo, criticato per il suo maxi stipendio da 66 milioni di dollari. «Mio nonno ha fatto un sacco di soldi», ha affermato, «ha provveduto per me e i miei figli, e non si vergognava dei suoi compensi. Ma non si sarebbe mai dato uno stipendio del genere».

Iger — che con Joe Biden è in lizza per diventare ambasciatore in Cina o nel Regno Unito — «è simpatico ed è un bravo manager, non ho niente di personale contro di lui», sostiene Disney, «ma ha puntato solo sulle acquisizioni: Pixar, Lucasfilm… è un compratore di creatività». La stessa che manca al suo successore, Bob Chapek, «che non ha mai fatto un lavoro creativo in vita sua. Per loro si tratta soltanto di affari, come se fosse un alimentari: vendono salame e lo affettano sempre più sottile, perché ormai non ne producono più».

Corriere della Sera, 28 dicembre 2020 (pagina 21)

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