«I social media hanno il diritto di espellere chi vogliono», sostiene lo scrittore americano Joshua Coheh, 40 anni, che nel mastodontico Il libro dei numeri (Codice edizioni, 2019) aveva provato a rendere la Rete parte della letteratura — un’arte che, scriveva nel 2013 in un articolo per la London Review of Books, ha buone possibilità di sopravvivere a Google come la poesia tedesca ha resistito alla stampa, o a due guerre . «Di recente la Corte Suprema ha stabilito che una pasticceria aveva il diritto di non preparare una torta di nozze a una coppia gay», spiega al telefono Cohen, che ha aiutato Edward Snowden a scrivere il libro Errore di sistema (Longanesi, 2019). «Negli Stati Uniti quindi è legale negare un servizio a qualcuno che non approvi, e dobbiamo tenerne conto prima ancora di parlare della pubblica sicurezza: questo Paese ha già legalizzato forme di discriminazione. Twitter è una società privata e ha la facoltà di decidere chi può far parte della sua piattaforma».

C’è chi dice che abbiano agito troppo tardi.
«È vero, e ora non possono fingersi integri: mi ricorda una mia zia che non voleva chiedere il divorzio al marito malato di cancro, ma siccome non si decideva a morire alla fine lo lasciò poco prima che succedesse».

Non crede però che gli elettori abbiano il diritto di conoscere cosa pensa il presidente, o un candidato?
«Ci sono molti modi per saperlo, Twitter non è l’unico, e neanche quello migliore: è ridicolo pensare che serva il canale di un’azienda privata che ti limita a un certo numeri di caratteri».

L’espulsione potrebbe rendere i suoi fan ancora più arrabbiati, o trasformarlo in una vittima politica?
«Non penso ci sia bisogno, ci riesce benissimo da solo. Non bisogna pensare agli effetti negativi di un’azione giusta. Tutti noi che ci troviamo alla sinistra di Trump abbiamo un problema: abbiamo sempre paura che fare la cosa giusta possa causare altri problemi, e credo sia la filosofia più autolesionista che si possa avere».

Queste elezioni hanno cambiato le regole di Internet?
«No. Le grandi aziende tech hanno il potere enorme di sospendere il canale di un politico. Sarebbe un problema se ne chiudessero uno che fa informazione, ma in questo caso stanno semplicemente silenziando la pubblicità che hai deciso di seguire, o che un algoritmo ha scelto per te. Non mi sembra un problema».

Dovremmo stabilire nuovi confini per la libertà di parola?
«Negli Stati Uniti la libertà di parola rispondeva alla domanda “possiamo dire la verità al potere?”. Ora la questione è: “vogliamo farlo?”. Gran parte delle persone che diffondono le teorie cospirative sa che queste si basano su informazioni false: non ne fanno una questione politica, ma di intrattenimento. Un po’ come gli eventi del 6 gennaio: non era un colpo di Stato, ma un circo. Sembrava di essere al Burning Man. Il problema non è la libertà di parola, perché in quel caso saremmo d’accordo su cosa è vero, ma sapremmo che non possiamo dirlo perché verremmo censurati e puniti. In questo caso, invece, tutti sanno che si tratta di informazioni false, ma il valore della verità non interessa a nessuno. Interessa solo l’intrattenimento».

Come ne possiamo uscire?
«Per guarire dall’era Trump dobbiamo prendere uno scalpello ed eliminare tutti quegli elementi in cui la politica è diventata intrattenimento».

Corriere della Sera, 10 gennaio 2021 (prima pagina, pagina 15)

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