Il secondo impeachment di Donald Trump, molto probabilmente, non porterà a una condanna. «Possiamo pronunciarlo morto», ha dichiarato ieri il senatore Rand Paul del Kentucky, dopo aver presentato in aula una mozione di costituzionalità: è possibile sottoporre a impeachment un ex presidente? I costituzionalisti sono divisi sulla risposta, così come i due partiti. I repubblicani dicono di no, e ritengono che i benefici di una condanna siano molto minori del costo, soprattutto perché si creerebbe un precedente che potrebbe diventare un’arma politica. I democratici vogliono invece ottenere la condanna per impedire a Trump di ricandidarsi nel 2024, e per questo si appellano a un unico precedente del 1876, quando il ministro della Guerra William Belknap – presidente era il generale unionista Ulysses Grant – fu sottoposto a impeachment dopo essersi dimesso, venendo poi assolto.

Se i democratici non hanno una strategia chiara su come procedere – soprattutto senza intralciare l’agenda del presidente Biden – ieri i repubblicani hanno risposto compatti alla mozione avanzata da Paul: 45 senatori del Grand Old Party su 50 hanno votato a favore della mozione, lasciando intendere che l’ex presidente dovrebbe ottenere una facile assoluzione. Con il voto, però, i repubblicani hanno inviato anche un altro segnale: nonostante l’uscita burrascosa, Trump ha ancora in mano una buona parte del partito, per fedeltà ma soprattutto per i timori di una vendetta elettorale da parte dei suoi sostenitori.

La procedura dovrebbe cominciare il 9 febbraio, e per ottenere una condanna servono 67 voti. Con i 50 senatori democratici dovrebbero schierarsi i 5 conservatori che ieri hanno votato contro la mozione del collega: Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, Mitt Romney dello Utah, Ben Sasse del Nebraska e Patrick Toomey della Pennsylvania. Tutti ritengono di avere le spalle coperte rispetto alla base trumpiana: chi, come Collins e Murkowski, perché storicamente moderate; chi perché appena rieletto, come Sasse e la stessa Collins; chi perché ha già annunciato che non si ricandiderà, come Toomey. Poi c’è Romney, che può contare sulla fedeltà assoluta della comunità mormone dello Utah. Di voti, però, ne mancherebbero altri 12: un’enormità, di questi tempi.

Corriere della Sera, 27 gennaio 2021 (newsletter AmericaCina)

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