Alle profonde divisioni politiche di questi anni non ha resistito neanche la famiglia più unita del Novecento americano, quella di Happy Days, che come tutte ha dovuto fare i conti con la forza polarizzatrice dell’ex presidente Donald Trump: da una parte si è ritrovato Fonzie, il personaggio più celebre della sitcom andata in onda fra il 1974 e il 1984, interpretato da Henry Winkler; dall’altra suo cugino Chachi Arcola, il ragazzino innamorato della sorella di Richie Cunningham, Joanie, a cui dava il volto Scott Baio. A dividere i due — cugini in scena e amici nella vita — è stata, a fine ottobre, una reunion digitale dei protagonisti, che a pochi giorni delle elezioni si sono impegnati a raccogliere fondi per il partito democratico nel loro Wisconsin, la terra del rubacuori Arthur Fonzarelli e della borghese famiglia Cunningham, ma anche lo Stato che ha deciso le ultime due presidenziali: nel 2016 Trump ottenne una vittoria decisiva per 22 mila voti, nel 2020 era un territorio vitale per i democratici.

«Happy Days rappresenta i valori tradizionali americani, i buoni principi morali: è bizzarro che venga utilizzato per promuovere due persone come Joe Biden e Kamala Harris: voglio ancora bene al gruppo ma non ci sarò, perché non credo nel socialismo e nel marxismo. L’intrattenimento non dovrebbe essere politico», aveva dichiarato a Fox News Baio, oggi sessantenne, seguace delle teorie cospirative più disparate e ardente trumpiano, al punto da salire sul palco della convention repubblicana nel 2016. Due mesi dopo, con il Natale alle porte e la vittoria di Biden ormai assicurata, anche in Wisconsin, Winkler aveva provato a disinnescare la crisi familiare: «Ognuno ha le sue idee», aveva detto alla stessa emittente conservatrice, che si è divertita a trasformare i «cugini» di Milwaukee nel simbolo delle due faglie che si scontrano sotto il suolo americano.

«Il cast di Happy Days è sempre stato una famiglia. Se non ci vediamo di persona, comunichiamo per telefono, sms, email o Zoom», racconta al Corriere Winkler, 75 anni, spiegando che il legame con Baio va ben oltre l’incrocio sul set avvenuto oltre quarant’anni fa. «Ci siamo divertiti un mondo a recitare insieme. Scott è stato anche il protagonista di un film per la televisione che ho diretto, sulla guida in stato di ebbrezza», ci dice Winkler. «Fa parte della mia famiglia, ma politicamente siamo due mondi opposti: io rispetto il suo punto di vista, e lui rispetta il mio».

Winkler, insomma, tende la mano al «cugino» rivale, e per farlo schiva ogni domanda politica: non ci dice per chi, secondo lui, avrebbe votato a novembre Fonzie — nel 1956 scelse il repubblicano Dwight Eisenhower, mentre Richie sosteneva il democratico Adlai Stevenson — né come finirebbe oggi il pranzo del Ringraziamento a casa Cunningham. «Spero solo che sia pieno di cibo delizioso», taglia corto, prendendo in prestito i consigli offerti dalle guide che i giornali americani sono ormai costretti a pubblicare per sopravvivere alle feste in famiglia: la prima regola, ovviamente, è evitare la politica.

Attore, regista, produttore di successo, Winkler è anche un prolifico autore di libri per bambini: ha cominciato nel 2003 insieme alla scrittrice Lin Oliver, e da allora ha pubblicato 36 volumi sulle avventure del dodicenne dislessico Hank Zipzer, editi in Italia da Uovonero. «Ho iniziato perché la mia carriera di attore aveva subito un rallentamento, per occupare il tempo, e sono arrivato a 36 romanzi», afferma. «Il messaggio che voglio dare ai ragazzi è che dentro hanno qualcosa di grande, per questo hanno il compito di scoprire quale sia il loro dono e offrirlo al mondo». Quando gli chiediamo quale futuro abbia lasciato ai giovani Trump, però, Winkler non si tira indietro: «Ora Joe Biden è la voce della ragione», dice. «E la ragione, credo, offre il futuro migliore».

Corriere della Sera, 22 febbraio 2021 (pagina 21)

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