Dopo un anno di sfrenato attivismo antitrumpiano, un impegno che lo aveva portato persino a prendersi per la prima volta una pausa dalla scrittura, Don Winslow ha ripreso a lavorare a un romanzo, un altro poliziesco, come quelli che hanno venduto milioni di copie nel mondo. Nel frattempo in Italia è appena stato pubblicato Ultima notte a Manhattan (Einaudi), scritto 25 anni fa eppure ancora attuale. «Ci sono diverse similitudini con l’odierna situazione politica», spiega alCorriereWinslow, 67 anni, che — come dimostra ogni giorno su Twitter — non ha affatto abbandonato l’attivismo. «Mi piacerebbe che la battaglia fosse finita, ma non lo è», dice. «L’estrema destra, i suprematisti bianchi che hanno assalito il Campidoglio e i repubblicani che lo hanno permesso sono la minaccia più grande per gli Stati Uniti».

In estate sosteneva che qualcosa si fosse rotto, in America. Sente già che le cose stanno cambiando da quando è stato eletto Joe Biden?
«Sì. Ora abbiamo degli adulti e dei professionisti al comando, che non pensano solo a loro stessi».

Crede che gli americani si sentano più sicuri nell’affrontare la pandemia?
«I sondaggi sostengono di sì. A differenza di Trump, Biden dice la verità, e poi ha un piano. Sicuramente incontrerà degli ostacoli: il suo predecessore non ha collaborato, ed è dovuto ripartire da zero».

Cosa si aspetta dai primi 100 giorni di Biden? Come potrà aggiustare il Paese?
«Saranno molto difficili, soprattutto a causa dell’assoluta negligenza e del sabotaggio deliberato del suo precedessore. Abbiamo però già assistito a un vasto aumento delle vaccinazioni e a un calo del tasso di contagio. Biden dovrà affrontare la crisi sanitaria e dare un sostegno economico a chi è stato colpito dalla pandemia. Dobbiamo poi fare dei passi concreti verso l’uguaglianza razziale, e riparare i nostri rapporti internazionali».

Come si può superare la ferita del 6 gennaio?
«Ci vorrà molto tempo per rimarginarla, servirà un esame di coscienza. L’impeachment fallito è stato un inizio: gli americani hanno potuto ascoltare la verità. Si è trattato di un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, e alla fine il Paese se ne sta rendendo conto. Penso che i repubblicani pagheranno: hanno già cominciato, perdendo Casa Bianca, Camera e Senato».

A questo punto non sarebbe meglio voltare pagina, e smettere di pensare a Trump?
«È un’ipotesi attraente, e mi piacerebbe molto, ma se nascondiamo tutto sotto il tappeto, succederà ancora».

È possibile che Trump abbia dato all’America una consapevolezza maggiore dei propri limiti, contribuendo alla fine a renderla migliore?
«È un’ipotesi interessante, ma abbiamo avuto oltre mezzo milione di morti, un colpo di Stato, bambini rinchiusi nelle gabbie al confine con il Messico, una reputazione a brandelli. Non c’è possibilità che, dopo il passaggio di questo despota patetico, il Paese sia diventato migliore. Però sì, è come se ci avesse strusciato la faccia nei nostri limiti, costringendoci a un esame di coscienza. Magari alla fine ne verrà davvero fuori qualcosa di buono».

Sono passati 9 mesi dalla morte di George Floyd. Come può Biden affrontare la crisi che ne è derivata?
«Le diseguaglianze razziali nascono dalla paura dei bianchi di essere “rimpiazzati”: vedono il Paese che cambia e ne sono spaventati. Dobbiamo però accettare che gli ideali della democrazia americana non sono stati concessi a tutti in maniera equa. Biden ha già smesso di dare sostegno ai suprematisti, ha già scelto la più multirazziale amministrazione della nostra storia. E lo avrà notato: la sua vice è una donna di colore».

Corriere della Sera, 8 marzo 2021 (pagina 21)

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