In principio ci fu Bill Clinton, che nella primavera del 1992, mentre era in corsa per la Casa Bianca, ammise di aver «sperimentato» la marijuana «una volta o due», quando era uno studente poco più che ventenne a Oxford. «Non ho mai infranto una legge statale», puntualizzò l’allora governatore dell’Arkansas, con un equilibrismo lessicale che avrebbe ripetuto ai tempi dell’impeachment. «Non aspirai, non mi piacque, e non l’ho mai più provata». Fino ad allora, una confessione del genere avrebbe stroncato qualsiasi ambizione politica: qualcuno gridò allo scandalo, altri ci videro il cambiamento sociale in atto, ma Clinton vinse le primarie democratiche e divenne in novembre il primo presidente americano ad aver ammesso l’uso di droghe.

Probabilmente non era davvero il primo – gli storici sono convinti che George Washington facesse uso di oppioidi per dolori cronici, John Kennedy fumò sicuramente «qualche spinello» con un’amante e George W. Bush parlò genericamente di una gioventù turbolenta – e di certo non è stato l’ultimo. Quindici anni più tardi, forse per anticipare qualche scoop giornalistico e un colpo devastante alle proprie aspirazioni presidenziali, anche Barack Obama ammise di aver fatto uso di marijuana e cocaina al liceo e al college. «Era un modo per alleviare il dolore», scrisse nel suo libro I sogni di mio padre: si riferiva alla battaglia interiore per definire la propria identità razziale, un’affermazione che lo mise al riparo dagli attacchi politici e non gli impedì di arrivare alla Casa Bianca.

Da allora, l’uso di marijuana per fini ricreativi è diventato legale in 14 Stati e nel District of Columbia, mentre 35 ne permettono quello terapeutico e 16 Stati lo hanno decriminalizzato: dall’Alaska alla Florida è legale coltivare piante, acquistare marijuana in dispensari con regolare licenza, trasportarne fino a 25 o 70 grammi per uso personale (a seconda degli Stati), utilizzarla per cibo o cosmetici. La cannabis resta però illegale a livello federale: l’amministrazione Trump ha anche provato a limitarne la diffusione, varando a inizio 2018 un regolamento per ostacolare un mercato che nel 2020 – complice la stasi pandemica – è arrivato a valere 17,5 miliardi di dollari. Un aumento del 46% rispetto all’anno precedente.

Questo contrasto fra leggi statali e federali ha creato negli anni numerosi cortocircuiti: dispensari che non riuscivano ad aprire conti correnti perché le banche non potevano gestirne le transazioni, difficoltà nella produzione e nella distribuzione, o – nei giorni scorsi – il licenziamento di 5 neoassunti della Casa Bianca che avevano ammesso di aver fumato in passato marijuana nel «questionario di sicurezza». Peccato che a febbraio l’amministrazione Biden aveva diffuso un nuovo regolamento, più tollerante, che non proibiva a priori l’assunzione di coloro che avevano fatto uso di cannabis.

I neoassunti si sono fidati del regolamento, studiato per attrarre giovani talenti anche da Stati in cui la marijuana è diventata legale nell’ultimo decennio: sono stati sinceri, forse troppo, e il Daily Beast ha parlato di decine di membri dello staff licenziati o costretti a lavorare da remoto. Per placare le polemiche e le accuse di ipocrisia è dovuta intervenire la portavoce Jen Psaki, che ha chiarito l’equivoco: alcuni dipendenti sono stati messi ai margini, ma «fra le centinaia di nuovi assunti solo cinque sono stati allontanati».

Il motivo, ha lasciato trapelare la Casa Bianca, è semplice: tutti coloro che hanno ammesso l’uso di marijuana si dovevano impegnare a non fumare durante il periodo di impiego per il Governo, sottomettendosi anche a test improvvisi. Non tutti hanno accettato e, soprattutto, nel frattempo sono intervenuti altri (non meglio precisati) fattori a scoraggiare alcune assunzioni. Le intenzioni, sostengono al 1600 di Pennsylvania Avenue, sono buone: persino durante l’amministrazione Obama, quando si doveva essere «puliti» da almeno 6 mesi, la policy era ben più stringente.

Resta però il contrasto con gran parte del Paese, in cui fumare marijuana ormai è legale da anni, e una disparità di trattamento con i datori di lavoro che i media conservatori non mancano di rimarcare: se Biden è sempre stato un moderato su legalizzazione e depenalizzazione, contribuendo anche alla guerra alla droga degli anni Ottanta, la sua vice Kamala Harris ha seguito l’esempio di Clinton e Obama, ammettendo di aver fumato erba quando era al college. «Era parecchio tempo fa», disse nel 2019 durante un’intervista allo show radiofonico The Breakfast Club, focalizzato su hip hop e cultura afroamericana. «E certo, ho aspirato».

Corriere della Sera, 22 marzo 2021 (pagina 17)

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