La bandiera americana fu adottata dal Congresso continentale il 14 giugno 1777, con 13 strisce bianche e rosse a rappresentare le colonie britanniche che per prime dichiararono l’indipendenza dalla madrepatria e 13 stelle bianche su sfondo blu che rappresentavano «una nuova costellazione». La leggenda narra che fu disegnata da una sarta di Philadelphia, Betsy Ross, su richiesta di George Washington in persona, ma nel tempo storici e studiosi hanno avanzato dubbi su questa ricostruzione: quello che è certo è che, da allora, l’Old Glory è cambiata decine di volte. Quella attuale, con 50 stelle a rappresentare i 50 stati che compongono l’Unione, è la 27esima versione ed è in vigore dal 4 luglio 1960: la cinquantesima stella rappresentava le Hawaii, annesse con un ordine esecutivo del presidente Dwight Eisenhower il 21 agosto dell’anno precedente. L’attuale versione ha superato i 60 anni di vita ed è la più longeva della storia americana, ma presto potrebbe andarsene in pensione: potrebbero aggiungersi infatti altre due stelle, quelle di Portorico e del District of Columbia, il cuore e la periferia dell’impero americano.

Quella di Portorico è una questione annosa. Territorio non incorporato dal 1898, quando al termine della guerra ispano-americana gli spagnoli cedettero l’isola caraibica agli Stati Uniti insieme alle Filippine e Guam, Portorico ha mantenuto la sua indipendenza: nonostante nel 1917 i portoricani sono diventati cittadini americani a tutti gli effetti grazie al Jones-Shafroth Act, non hanno diritto di voto in Congresso e non possono esprimersi alle presidenziali, ma solo alle primarie. A novembre, nell’ennesimo referendum sulla questione, la maggioranza dei cittadini portoricani ha votato a favore dello statehood, il riconoscimento dell’isola caraibica come cinquantunesimo Stato: recessioni, uragani, terremoti e pandemia hanno probabilmente convinto gran parte dei portoricani che avere due senatori e quattro deputati a Washington aiuterebbe, per lo meno in termini di rappresentanza.

Peccato che si tratti del sesto referendum in mezzo secolo: negli ultimi tre hanno sempre vinto i sostenitori dello statehood, per lo più repubblicani, a cui si oppongono di norma i democratici che chiedono l’indipendenza e il mantenimento della lingua spagnola. I risultati non sono però vincolanti, perché solo il Congresso degli Stati Uniti può prendere la decisione finale. A inizio marzo, però, il deputato democratico della Florida Darren Soto ha introdotto alla Camera la proposta di legge per l’annessione di Portorico, e il parlamento dell’isola ha indetto un’elezione speciale per eleggere due senatori e quattro deputati ombra che a Washington facciano attività di lobby a favore dello statehood. La strada resta lunga e tortuosa, ma qualcosa si muove.

Diversa è la storia del District of Columbia, l’area della capitale Washington che non fa parte di nessuno Stato e su cui il Congresso ha giurisdizione esclusiva: dal 1973 elegge un sindaco e un consiglio comunale, ma l’ultima parola spetta sempre al parlamento federale. Lo statehood, anche in questo caso, ruota attorno alla rappresentanza: i cittadini della capitale pagano le tasse ma non hanno nessuno che ne cura gli interessi in Congresso. Fino a non molto tempo fa, la questione era prioritaria soltanto per un piccolo gruppo di attivisti locali: la prima volta che fu portata alla Camera, nel 1993, votarono contro 100 democratici e tutti i repubblicani tranne uno. «Dovreste essere uno Stato», aveva scherzato nel 2015 l’allora vicepresidente Joe Biden durante un evento pubblico, precisando subito di parlare a proprio nome e non come rappresentante del Governo.

Da allora sono passati 6 anni, ed è cambiato quasi tutto, o forse niente. Biden è ancora alla Casa Bianca ma è diventato presidente, lo statehood è entrato nel dibattito pubblico e i democratici lo sostengono quasi all’unanimità. Dietro, ovviamente, c’è un calcolo politico. I democratici vorrebbero sfruttare la risicata maggioranza che hanno ottenuto in Congresso per erodere quella strutturale degli avversari repubblicani: ogni Stato ha due senatori, indipendentemente dal numero di abitanti, e questo concede un’influenza sproporzionata a quelli piccoli e rurali che tendono a votare conservatore. Per questo si dice che conti più la terra delle persone, un’incongruenza che i democratici vorrebbero riequilibrare concedendo due senatori – verosimilmente democratici — anche al District of Columbia. Per i repubblicani, invece, non è altro che un tentativo di prendere il potere, visto che il partito democratico non riesce a ottenerlo semplicemente «vincendo abbastanza elezioni».

Quale che sia la verità, la mozione è tornata fra i banchi di Capitol Hill per la prima volta dal 1993: oggi — lunedì 22 marzo — la commissione Supervisione e Riforme della Camera ha convocato un’udienza sullo statehood del District of Columbia. Secondo il leader di maggioranza alla Camera, il democratico del vicino Maryland Steny Hoyer, la proposta — che escluderebbe dal 51esimo Stato i pochi chilometri quadrati che comprendono Casa Bianca, Congresso e Corte Suprema — dovrebbe essere approvata prima dell’estate. A quel punto servirebbe il voto favorevole di almeno 51 senatori, forse di più se il filibuster resterà in vigore richiedendo una maggioranza qualificata di 60 senatori per l’approvazione delle leggi: con il Senato in perfetto equilibrio, però, i democratici sono fermi a 50. Biden è ancora convinto che «i residenti del District of Columbia meritino una rappresentanza», come ha chiarito giovedì la portavoce Jen Psaki: resta da vedere quanto ci investirà.

Corriere della Sera, 22 marzo 2021

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