Non ci sarebbe stata nessuna condanna per Derek Chauvin, nessuna giustizia per George Floyd, se una ragazzina di 17 anni — Darnella Frazier — non avesse ripreso gli ultimi 9 minuti e 29 secondi della vita di George Floyd, e non avesse poi avuto il coraggio di pubblicare il video, smentendo la prima versione fornita dalla polizia. La ricostruzione del Minneapolis Police Department era approssimativa e fuorviante, ha scritto su Twitter il commentatore di Cnn Ketih Boykin, «ma sarebbe diventata la versione ufficiale» dell’incidente. Il video di Darnella Frazier, pubblicato la notte stessa in cui morì Floyd, chiarì invece la dinamica dell’incidente e fu la scintilla che innescò le proteste per la giustizia civile, divampate per mesi in ogni angolo d’America e del pianeta.

È così — semplicemente premendo «record» sul proprio smartphone — che una 17enne di Minneapolis ha cambiato il mondo, scrive Margaret Sullivan sul Washington Post: dopo tante assoluzioni per agenti coinvolti in casi simili, questa volta è stato diverso, in parte proprio per un senso della giustizia adolescenziale. «Non era giusto», ha affermato Darnella Frazier quando è stata chiamata a testimoniare durante il processo, e la giuria alla fine si è trovata d’accordo con lei.

Il suo video che mostrava le ultime disperate parole di Floyd — «I can’t breath», ripetute 20 volte — e la gelida indifferenza con cui Chauvin lo ha lasciato morire è stato visto milioni di volte in tutto il mondo ed è stato definito «il testimone chiave» del processo contro Derek Chauvin: quelle immagini, insieme a quelle delle body camera degli agenti, hanno trasformato un caso come tanti, che poteva essere facilmente insabbiato, in un procedimento giudiziario globale, di quelli che fanno la Storia. E la Storia, senza il coraggio di Darnella Frazier, sarebbe rimasta sempre la stessa.

Corriere della Sera, 21 aprile 2021 (newsletter AmericaCina)

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