Sullo slogan «No taxation without representation» si è combattuta la rivoluzione americana, con i coloni che rifiutarono le tasse imposte dalla Gran Bretagna senza concedere in cambio rappresentanti eletti al parlamento di Londra, ottenendo infine l’indipendenza dalla madrepatria e la nascita degli Stati Uniti il 4 luglio del 1776. Ora è la capitale Washington — il District of Columbia che dal novembre del 2000 porta inciso sulle targhe delle automobili quello stesso slogan, in segno di protesta — a voler mettere fine alla propria «tassazione senza rappresentanza», chiedendo di diventare il cinquantunesimo Stato dell’Unione e di poter eleggere due senatori e un deputato in Congresso. I 700 mila abitanti della capitale — più di Wyoming o Vermont — pagano infatti le tasse federali più alte del Paese, ma non hanno nessuno che ne curi gli interessi all’interno del parlamento nazionale.

È una battaglia che va avanti da quasi trent’anni, ma il District of Columbia non è mai stato così vicino a diventare la 51esima stella sulla bandiera americana. Giovedì 22 aprile la Camera ha approvato la mozione con 216 voti favorevoli e 208 contrari: tutti i democratici si sono espressi per lo statehood, mentre lo schieramento repubblicano si è opposto in blocco. Ora la legislazione passerà al Senato, dove però i conservatori dovrebbero bloccarla: serve il voto favorevole di almeno 60 senatori, la maggioranza qualificata per l’approvazione delle leggi, ma i democratici sono fermi a 50.

Secondo quanto stabilito dalla costituzione americana, il District of Columbia non fa parte di nessuno Stato, ed è sotto la giurisdizione esclusiva del Congresso. Nel 1961, con la ratifica del 23esimo emendamento, i cittadini di Washington — diventata capitale nel 1800 — ottennero la possibilità di esprimersi alle presidenziali, ma con l’obbligo di non assegnare più voti elettorali dello Stato meno popoloso, ovvero 3. Dal 1973 la capitale elegge anche un sindaco e un consiglio comunale, ma l’ultima parola spetta sempre al parlamento federale, che può rivedere e annullare qualsiasi legge.

In Congresso, però, il District of Columbia ha un solo rappresentante, la democratica Eleanor Holmes Norton, che può presentare leggi, esprimere la propria preferenza all’interno delle commissioni e prendere la parola in aula, ma non può votare il passaggio delle leggi. Dal 1992 Norton presenta ad ogni sessione una proposta di legge sullo statehood, che renderebbe D.C. il 51esimo Stato, e che giovedì ha superato lo sbarramento della Camera: quando arrivò in aula per la prima volta, nel 1993, votarono contro 100 democratici e tutti i repubblicani tranne uno. Già lo scorso anno, per la prima volta, la Camera aveva votato a favore ma la mozione non arrivò mai in Senato.

Ora, però, gli equilibri sono cambiati. La nuova proposta di legge darebbe alla capitale due senatori e un deputato, portando il totale a 102 e 436, ed escluderebbe dal 51esimo Stato i pochi chilometri quadrati che comprendono Casa Bianca, Congresso e Corte Suprema. Alla base, ovviamente, c’è come sempre un calcolo politico. I democratici vorrebbero sfruttare la risicata maggioranza che hanno ottenuto in Congresso alle elezioni del 2020 per erodere quella strutturale degli avversari repubblicani: ogni Stato ha due senatori, indipendentemente dal numero di abitanti, e questo concede un’influenza sproporzionata a quelli piccoli e rurali che tendono a votare conservatore.

È questo meccanismo, ad esempio, che permette a un candidato che ha perso il voto popolare di diventare presidente degli Stati Uniti grazie al collegio elettorale: per questo si dice che conti più la terra delle persone, un’incongruenza che i democratici vorrebbero riequilibrare concedendo due senatori – verosimilmente democratici: qua Joe Biden ha ottenuto il 92% dei voti a novembre — anche al District of Columbia. Per i repubblicani, invece, non è altro che un tentativo di «prendersi il potere», visto che il partito democratico non riesce a ottenerlo semplicemente «vincendo abbastanza elezioni».

Corriere della Sera, 23 aprile 2021

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