Se due indizi fanno una prova, negli ultimi giorni abbiamo avuto una risposta al grande dilemma politico americano: quale direzione prenderà il partito repubblicano dopo il regno di Trump?

  • Sabato il senatore Mitt Romney è stato fischiato alla convention dei repubblicani dello Utah, che lo hanno definito «traditore» e «comunista» per essersi schierato apertamente contro Donald Trump ed essere stato l’unico conservatore a votarne due volte l’impeachment. «Non vi vergognate?», ha risposto l’ex candidato repubblicano alla presidenza, rivolgendosi ai 2.100 delegati presenti a West Valley City. «Sono repubblicano da tutta la vita. Mio padre era governatore del Michigan e io ho vinto la nomination per la presidenza nel 2012». Romney, che nel 2022 non sarà in corsa per la rielezione, è stato uno dei pochissimi repubblicani a opporsi all’ex presidente, sapendo di poter contare sulla cieca fiducia del suo elettorato: è un eroe locale, un senatore mormone eletto nella terra promessa della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, e nel 2002 salvò le Olimpiadi invernali di Salt Lake City. Nello Utah conservatore e religioso, un personaggio senza solidi principi morali come Trump non poteva avere vita facile, tanto che nel 2016 fu sfidato a destra dall’indipendente — e mormone, ovviamente — Evan McMullin, che prese il 21,5% dei voti contro il suo 45,4% e il 27,4 di Hillary Clinton. Nel 2020, invece, Trump ha ottenuto il 58% dei voti. La mozione per censurare Romney, alla fine, è stata bocciata con 798 voti contrari e 711 favorevoli, ma quello che è successo al Maverick Center di West Valley City apre una breccia trumpiana anche in un territorio che finora gli era stato apertamente ostile.

  • Un’altra grande rivale di Trump, Liz Cheney, modi spicci e sangue reale — suo padre Dick era il potentissimo vice di George W. Bush —, sta per essere epurata dal partito repubblicano. Deputata eletta in Wyoming, Cheney è conference chair dei repubblicani alla Camera, la terza carica più alta del partito: dopo aver votato a favore dell’impeachment di Trump per i fatti del 6 gennaio, a febbraio ha subito un’imboscata dai suoi stessi colleghi, che volevano rimuoverla dal suo ruolo. Ha resistito, anche grazie all’appoggio del leader di minoranza Kevin McCarthy, ma i suoi nemici sono tornati alla carica dopo il tweet con cui ieri ha denunciato la «grande bugia» di Donald Trump: «Le elezioni del 2020 non sono state rubate», ha scritto. «Chi lo sostiene sta avvelenando il nostro sistema democratico». Cheney non ha mai accettato la narrativa imposta dall’ex presidente, e ora potrebbe pagare la sua dissidenza: mercoledì 12 maggio la conferenza dei repubblicani si riunirà e voterà nuovamente per rimpiazzarla. Con due uomini a guidare il partito alla Camera (oltre a McCarthy c’è il minority whip Steve Scalise), i repubblicani punteranno su una donna, per non perdere — dicono anonimamente — il sostegno delle donne suburbane alle elezioni di metà mandato. Per cacciare Cheney serve l’assenso di due terzi dei 212 deputati repubblicani, non è semplice: in lizza per sostituirla ci sarebbero la trumpiana Elise Stefanik di New York, Cathy McMorris Rodgers dello Stato di Washington, Ann Wagner del Missouri e Jackie Walorski dell’Indiana.

Corriere della Sera, 4 maggio 2021 (newsletter AmericaCina)

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