Non molti ricordavano il suo nome, ma negli Stati Uniti tutti — o quasi — sapevano cosa Damon Weaver era riuscito a fare quando aveva 11 anni: era il 13 agosto 2009 e, partendo dalla Florida rurale, quel bambino afroamericano era arrivato alla Casa Bianca con un vestito un po’ troppo largo per intervistare Barack Obama e chiedergli cosa avesse intenzione di fare per migliorare l’istruzione nelle aree a basso reddito come quella da cui proveniva. «Fanno già un ottimo lavoro nella tua scuola», rispose l’allora presidente degli Stati Uniti con un sorriso, complimentandosi per un’intervista in cui il piccolo Damon gli aveva chiesto come aveva affrontato il bullismo a scuola, ma anche di migliorare il menù della mensa proponendo di inserire patatine fritte e mango tutti i giorni. Il video della sua missione impossibile — complessa anche per giornalisti veterani — finì su tutte le televisioni nazionali e, in un attimo, Weaver si trasformò in una piccola celebrità americana, forse la persona più giovane ad aver mai intervistato un presidente in carica.

Non molti ricordavano il suo nome, ma tutti — o quasi — conoscevano la storia del «bambino che ha intervistato Barack Obama»: con queste parole, gli stessi media che 12 anni fa ne avevano raccontato l’impresa nel weekend ne hanno annunciato la morte, avvenuta il 1° maggio per non meglio specificate cause naturali. «Il reporter bambino che intervistò Barack Obama è morto a 23 anni», hanno scritto siti e giornali sabato, nel giorno della cerimonia funebre, ricordando l’episodio che ha caratterizzato la vita troppo breve del piccolo Damon e che aveva emozionato il Paese. Quell’intervista di 10 minuti che lo rese celebre, in realtà, non era neppure il suo primo colpo grosso: già l’anno prima, durante la campagna elettorale, aveva rivolto qualche domanda a Joe Biden — all’epoca in corsa con Obama verso la Casa Bianca — dopo un comizio in Florida, chiedendogli cos’è che fa, in pratica, un vicepresidente. «Grazie per avermi scelto», gli disse emozionato prima di alzare il microfono sopra la testa, il più in alto possibile, per avvicinarlo alla bocca di Biden.

Sembrava avere una brillante carriera davanti a sé. Intervistò Oprah Winfrey, il cestista dei Miami Heat Dwayne Wade e l’attore Samuel L. Jackson. Invitato da Cnn, disse che sognava di diventare il nuovo Wolf Blitzer, storico reporter della rete televisiva di Atlanta. «Metti una buona parola per me con il presidente», gli rispose Blitzer. Quella celebrità che lo aveva portato su tutti i giornali in giovanissima età, diceva, lo aveva motivato ancora di più: era riuscito a ottenere due borse di studio quando ancora non sapeva neanche cosa fossero, si era diplomato alla Royal Palm Beach High School nel 2016 ricevendo una lettera di congratulazioni dal suo «amico» Barack e da Michelle — «rappresenti un America che trova la sua unità nella diversità, ottiene la propria forza dagli obiettivi comuni e aspira a raggiungere nuovi successi in futuro», gli aveva scritto Obama, «il tuo presidente è fiero di te ed è ispirato dalla tua generazione» — e a settembre si era laureato in comunicazione alla Albany State University della Georgia.

«Mi piace fare il giornalista perché impari un sacco di cose, hai la possibilità di incontrare persone interessanti e puoi viaggiare parecchio», aveva raccontato all’Associated Press a gennaio 2009 quando, inviato dal telegiornale della scuola, stava raggiungendo Washington per la cerimonia d’insediamento di Obama, con il sogno — ancora impossibile — di intervistarlo. «Voglio diventare un giornalista, forse un giocatore di football, un astronauta e, chissà, magari il presidente». Dopo la laurea aveva aggiustato il tiro mettendo insieme due dei suoi sogni di bambino, ha raccontato la sorella Candace Hardy al Palm Beach Post, ricordando come Damon fosse «amato da tutti» per la sua gentilezza, positività ed energia: ora desiderava seguire il campionato di football per Espn, il canale sportivo americano. E, soprattutto, voleva comprare un giorno una casa alla mamma Regina, che da sola ha cresciuto cinque figli.

Corriere della Sera, 16 maggio 2021 (pag 15)

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