«Il governo britannico vuole capire come si manifesta l’esitanza vaccinale, quali informazioni portano le persone ad avere una resistenza rispetto al vaccino», spiega Walter Quattrociocchi, 40 anni, direttore del Data and Complexity for Society Lab della Sapienza di Roma, chiamato da Londra per sviluppare una piattaforma attraverso la quale aumentare la fiducia nei vaccini. Farà parte di una «coalizione di università ed esperti» — Cambridge, Harvard, London School of Medicine — annunciata ieri e formata per combattere la resistenza al vaccino in occasione del G7 che si terrà in Cornovaglia dall’11 al 13 giugno.

Come nasce il progetto?
«A fine novembre, avevo appena visto The Crown, mi è arrivata una mail dell’Ufficio di gabinetto del governo britannico: avevano letto il nostro articolo scientifico sull’infodemia e mi chiedevano se potesse interessarci una collaborazione. Volevano affrontare il problema soprattutto dal punto di vista del cambiamento climatico e dell’esitanza vaccinale: che rapporto c’è, insomma, fra le informazioni e le persone che non si vogliono vaccinare».

Di cosa parlava l’articolo?
«Dopo l’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a lavorare sul concetto di infodemia: l’Oms dice che è la sovrabbondanza di informazioni su un tema complesso. Ci siamo accorti che il processo è dominato dall’echo chamber (la camera di risonanza che amplifica le informazioni, anche se inesatte, ndr). Con un pubblico ben predisposto l’informazione va veloce, con uno antagonista rallenta. Il problema non sono le fake news, ma la capacità di veicolare un’informazione su piattaforme social nate per intrattenere le persone: i loro meccanismi determinano il concetto di infodemia».

Cosa farete?
«Una piattaforma di analisi geolocalizzata della polarizzazione, del contenuto fake, delle narrative. Ad esempio: di cosa si parla nel Lazio rispetto all’esitanza vaccinale. Il governo britannico vuole capire perché alcune notizie attecchiscono e altre no, e come avere un sistema informativo pulito».

C’è una soluzione?
«Bisogna agire su due fronti. Dobbiamo educare le persone sul tipo di processo non sempre razionale che mettiamo in atto quando fruiamo informazione online: succede a tutti, ed è il problema più importante. Poi dobbiamo capire quali sono le strategie migliori per comunicare in questo ambiente mediatico. E poi incentivare una classe dirigente più preparata».

Il governo italiano è in grado di gestire l’infodemia?
«Una parte del governo capisce il problema e sa come andrebbe affrontato. Siamo però dominati dalla classe dirigente degli anni Novanta, che declina la questione in maniera sbagliata, parlando di fake news: è come guardare il dito e non la Luna».

È un problema globale.
«In Italia siamo messi peggio. Combattiamo ancora le fake news, ma il problema è causato dall’ambiente “disintermediato” e dalle piattaforme di intrattenimento che veicolano informazioni. In Italia ho fatto parte di una task force sui dati del governo, ma il lavoro è stato buttato. In altri Paesi basta fare un articolo, e diventa l’incipit di un progetto».

C’è chi ha lavorato in questo ambiente «disintermediato» per fare disinformazione?
«Qualcuno sì, ma i dati scientifici ci dicono che la diffusione è marginale: posso convincerti a votare Trump se tu già sei predisposto. Non sono state le fake news a farlo eleggere: dietro c’è un processo sociale enorme. La differenza, rispetto a prima, è che lo riusciamo a misurare».

Perché il vaccino è diventato una grande campagna demagogica e populista?
«Fa parte dello scontro culturale in atto fra establishment e anti-establishment. Ogni questione politica viene declinata da un lato o dall’altro, lo stesso meccanismo che domina il processo internettiano. Questa è la polarizzazione delle echo chamber. Le analisi preliminari ci dicono però che l’esitanza vaccinale non è mai aumentata nei Paesi civilizzati, Italia compresa».

Ne usciremo?
«Ne stiamo uscendo, capendo che il problema è mal posto: al centro non ci sono le notizie false, ma il cambiamento dell’ecosistema informativo. E poi serve maggiore trasparenza: ci sono tante informazioni e l’autorevolezza devi guadagnartela interagendo con il pubblico. Paga il dialogo, e chi parla a vanvera scompare».

Corriere della Sera, 3 giugno 2021 (pagina 6)

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