Se ne è andato a 92 anni Dick Stolley, primo direttore della rivista People e autore di uno dei più grandi scoop della storia. Fu lui, il 22 novembre 1963, a ottenere dal sarto di origine ucraina Abraham Zapruder il filmato in 8 millimetri della morte di John Kennedy, le uniche immagini esistenti dell’assassinio. Quel giorno Stolley, che aveva 35 anni e dirigeva la redazione della rivista Life a Los Angeles, saltò su un aereo e si precipitò a Dallas come centinaia di suoi colleghi giornalisti, arrivati da tutto il Paese in cerca di una notizia in più — grande o piccola — sulla tragica morte del presidente americano.

Appena atterrato Patsy Swank, una collaboratrice della rivista, gli rivelò l’esistenza di quel filmato amatoriale e il nome dell’autore, di cui però conosceva soltanto la pronuncia. Stolley prese allora l’elenco del telefono della città di Dallas, lo scorse fino alla lettera Z e trovò il numero di un certo Abraham Zapruder: chiamò per ore, ogni 15 minuti, finché alle 23 rispose qualcuno con voce stanca. «Mi presentai e chiesi se fossi il primo giornalista a chiamare», raccontò Stolley anni fa al Peoria Journal Star. Zapruder rispose di sì, ma rifiutò di incontrarlo quella sera stessa perché era esausto dopo quella giornata tragica. «Non feci nessuna pressione: a volte in questo lavoro devi farla, altre volte c’è un sesto senso che ti dice di evitare. È stata la miglior decisione della mia vita».

Si accordarono per vedersi alle 9 del mattino seguente a casa del sarto, ma Stolley arrivò un’ora prima, anticipando i giornalisti che nel frattempo avevano rintracciato Zapruder. Guardarono il filmato — 26,6 traumatici secondi, 486 frame che sarebbero entrati nella storia — insieme a due agenti del secret service, l’agenzia che si occupa di proteggere politici e presidenti. Poi, mentre i colleghi bussavano con foga alla porta, Stolley offrì a Zapruder 50 mila dollari per i diritti di pubblicazione — in seguito divennero 150 mila — e la promessa che Life non avrebbe messo in pagina i frame più espliciti. Il sarto accettò e nel numero successivo la rivista pubblicò 31 frame, ma non il 313, quello in cui si vedeva la testa del presidente esplodere per l’impatto con il proiettile. Quella parte, rivelò Stolley decenni dopo all’Albuquerque Journal, gli faceva ancora saltare un battito del cuore. «Tutti sapevamo cos’era successo, ma nessuno sapeva come: quando vedemmo quel filmato reagimmo come se avessimo preso un pugno nello stomaco tutti insieme».

Zapruder morì nel 1970, e nel 1999 il governo americano pagò ai suoi eredi 16 milioni di dollari per la pellicola originale, che nel frattempo Life aveva restituito alla famiglia per un dollaro simbolico. Stolley fu chiamato invece nel 1974 a dirigere People, che stava nascendo da una costola di Time per raccontare il mondo delle celebrity: nei suoi otto anni al comando raggiunse una diffusione di 2,35 milioni di copie e divenne la rivista più venduta d’America. Per decidere quale star dovesse finire in copertina — una scelta che poteva far decollare una carriera o precipitare le vendite della rivista, nota il Washington Post aveva scovato una formula magica, che di questi tempi non filerebbe liscia nelle redazioni americane: «Giovane è meglio di vecchio. Bello è meglio di brutto. Ricco è meglio di povero. Tv è meglio di musica. Musica è meglio di cinema. Cinema è meglio di sport. Tutto è meglio della politica. Niente è meglio di una celebrità morta».

Quest’ultimo passaggio lo aveva imparato sulla sua pelle, decidendo di non mettere in copertina Elvis Presley dopo la morte, in quello che definiva il peggior errore della sua carriera. A chi invece storceva il naso per quel giornalismo poco impegnato, Stolley rispondeva che People «racconta il genere umano come non fa nessun altro». Erano gli anni Settanta, che non erano soltanto la «Me Decade» dell’individualismo come sosteneva Tom Wolfe: per Stolley erano anche la «You Decade», un’epoca di grande curiosità nei confronti degli altri o, come diceva il motto della rivista, verso «gente straordinaria che fa cose ordinarie, e gente ordinaria che fa cose straordinarie». Gente ordinaria come il sarto Zapruder, che si ritrovò suo malgrado protagonista di un evento straordinario.

Corriere della Sera, 21 giugno 2021 (pag. 17)

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