Un’anziana coppia iraniana ha ammesso di aver ucciso a sangue freddo i due figli e il genero e di non esserne pentita: i loro omicidi brutali, avvenuti nell’arco di dieci anni, hanno scioccato il Paese e scatenato un grande dibattito sul suo sistema di giustizia penale, che da settimane va avanti sui social network e sulle prime pagine di tutti i giornali. I coniugi Akbar Khorramdin, colonnello dell’esercito in pensione di 81 anni, e Iran Mousavi, casalinga di 74, sostengono di avere un solo rimpianto: quello di non aver fatto abbastanza per nascondere le prove. «Non mi sento la coscienza sporca per questi omicidi. Ho ucciso persone che erano moralmente corrotte», ha affermato il signor Khorramdin in un’intervista televisiva registrata in carcere. «Lo abbiamo deciso insieme: mio marito l’ha suggerito e io ho acconsentito. Abbiamo un ottimo rapporto», ha aggiunto la signora Mousavi.

Per uccidere il figlio Babak, regista cinematografico di 47 anni non particolarmente noto in Iran, i coniugi Khorramdin hanno studiato il piano nei dettagli: lo hanno sedato con dei sonniferi nascosti nel pollo, legato, soffocato, accoltellato e smembrato nella vasca da bagno. Poi hanno fatto sparire i resti in sacchi di plastica e in una valigia che hanno gettato in cassonetti sparsi per la città di Teheran. Non avevano fatto però i conti con i netturbini che il 15 maggio hanno ritrovato fra la spazzatura di Shahrak Ekbatan, complesso residenziale nei sobborghi della capitale dove la famiglia viveva da 40 anni, dei resti umani: gli esperti forensi sono riusciti a risalire all’identità di Babak Khorramdin grazie alle impronte digitali prelevate da una mano, poi gli inquirenti hanno analizzato le immagini di sorveglianza dell’edificio e hanno notato una coppia che, la notte prima del ritrovamento, trasportava grandi sacchi di plastica e una valigia.

Quando gli agenti si sono presentati a casa Khorramdin per un interrogatorio, i genitori Akbar e Iran hanno tranquillamente confessato il delitto. La loro ammissione era però soltanto l’inizio di una storia ancora più agghiacciante, che si è evoluta nei giorni successivi. Cercando negli archivi, infatti, la polizia ha trovato nuovi dettagli inquietanti: nel 2011 era già stata denunciata la scomparsa nel nulla del genero Faramarz, e nel 2018 della figlia Arezou. A quel punto gli agenti sono tornati dalla coppia, ormai in galera, che ha di nuovo confessato gli omicidi, compiuti seguendo lo stesso piano adottato a maggio di quest’anno con il figlio Babak. Secondo il giudice Mohammad Shahriari, a capo delle indagini criminali a Teheran, alla base degli omicidi c’erano dissidi familiari.

La coppia disapprovava lo stile di vita dei due ragazzi: accusavano il figlio di essere aggressivo, di vivere a loro spese, di non essersi sposato e di fare sesso con le sue fidanzate, spesso studentesse; la figlia era considerata una drogata che beveva alcol; il genero era un violento e spacciava. Gli amici scioccati negano che le accuse fossero vere, ma i genitori continuano a ripetere che farebbero tutto daccapo, e che ucciderebbero anche gli altri due figli ancora in vita. «Sembravano una famiglia regolare», ha spiegato Nima Abbaspour, regista 46enne amica di Babak. «Sognava di avere un impatto sulla società con i suoi film», ha raccontato il direttore della fotografia 41enne Amirali Alaie, «ma verrà ricordato per sempre come vittima di uno degli omicidi più orribili e violenti dell’Iran».

In un Paese ancora alle prese con una fase devastante della pandemia, a corto di vaccini, con un’economia ancora in ginocchio a causa delle sanzioni americane dovute al programma nucleare e con la prospettiva di un’ulteriore repressione sociale portata avanti dai conservatori al governo, spiega il New York Times, il caso ha ovviamente scosso le coscienze degli iraniani. La società cambia, si ringiovanisce, ma deve sottostare alle regole imposte dai membri più anziani della famiglia. In questo contesto si compiono i cosiddetti delitti d’onore , che stanno finendo sempre più spesso sui giornali: recentemente hanno fatto discutere il caso di un ventenne gay ucciso dal fratello e dal cugino, e quello di una 14enne decapitata dal padre perché era fuggita con il fidanzato.

Questi casi, spiega il quotidiano americano, hanno fatto aumentare le pressioni per la riforma del codice penale iraniano, che si basa sulla sharia e ritiene che, in quanto guardiani dei propri figli, padri e nonni non possano essere condannati alla pena di morte per il loro omicidio: il massimo della pena è 10 anni. Nel caso della famiglia Khorramdin, dunque, i coniugi rischierebbero la sentenza capitale soltanto se andassero a processo per l’uccisione del genero. Il caso dei Khorramdin, però, è così eclatante che i giudici hanno già chiesto al parlamento di modificare il codice penale e aumentare le condanne per i guardiani maschi incriminati per omicidio.

Corriere della Sera, 6 luglio 2021

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