A Traverse City, nel Michigan, i guai sono cominciati con un’asta di schiavi su Snapchat. Un gruppo di studenti dei due licei cittadini, per lo più bianchi, ha aperto una chat intitolata «mercato degli schiavi» e ha venduto i compagni neri all’asta per qualche centinaio di dollari: Nevaeh Wharton, una sedicenne per metà nera che ha raccontato la propria esperienza traumatica al Washington Post, è stata per esempio battuta per 100 dollari. «I neri devono morire tutti», commentava nel frattempo uno degli studenti nella chat, invocando un nuovo olocausto. L’episodio, che racchiude una banalità del male adolescenziale ma non per questo meno crudele, ha provocato un terremoto sociale nella località balneare sulle rive del lago Michigan, 16 mila abitanti per il 90 per cento bianchi, ma equamente divisi fra democratici e conservatori. Le autorità cittadine hanno rapidamente approvato una «risoluzione di equità» per condannare il razzismo e promettere che le scuole pubbliche faranno il possibile per insegnare a studenti e insegnanti come vivere meglio in un Paese multietnico, aggiungendo punti di vista spesso trascurati durante le lezioni.

La risoluzione, due pagine redatte sull’onda emotiva delle proteste per la giustizia sociale seguite alla morte di George Floyd, ha inizialmente ricevuto un ampio sostegno, in particolare dalle famiglie di colore. In poco tempo, però, il vento ha girato ed è stata duramente criticata dai genitori bianchi e conservatori, secondo i quali la presa di posizione delle autorità cittadine non sarebbe altro che un’apertura alla «critical race theory», un movimento accademico che dagli anni Settanta denuncia il razzismo sistemico della società e che è diventato un anatema per i conservatori americani.

All’origine del conflitto, spiega il Washington Post, ci sono due modi diversi di vedere il mondo. Da un lato c’è quello dei ragazzi di colore, che ora denunciano decenni di molestie da parte dei coetanei bianchi: il razzismo, il sessismo e la xenofobia — sostengono, con la conferma di alcuni ragazzi bianchi — sono da sempre parte della vita cittadina. L’incidente di Snapchat, dunque, non è sorprendente: «Mi stupisce di più che abbia fatto notizia», racconta Eve Mosqueda, una 15enne nativa americana a cui i compagni hanno sempre chiesto se vivesse in una teepee, la tenda tipica dei nativi americani. I genitori bianchi ritengono invece che la cittadina non sia mai stata razzista, ma che ora venga dipinta così a causa dell’ossessione per la razza che ha cominciato a «infettare» il sistema scolastico, una fissazione scaturita appunto dalla «critical race theory». Ora, dicono i genitori, i ragazzi tornano da scuola sentendosi ostracizzati per i loro ideali conservatori, hanno paura di essere definiti razzisti e pensano che per integrarsi e ottenere buoni voti debbano adattarsi a una visione del mondo più progressista.

Quel che è certo, è che lo scandalo di Snapchat ha riempito le cronache locali per oltre due mesi e ha messo in evidenza come la condanna di un conclamato caso di razzismo possa diventare un campo di battaglia su cui combattere la guerra culturale sulla razza e sul ruolo che ha avuto nella società americana: da un lato gli americani conservatori, convinti che ai propri figli venga insegnato a vergognarsi di essere bianchi, e del proprio Paese; dall’altro gli americani di colore, che cercano giustizia per le disparità e le molestie a cui sono stati — e sono tuttora — sottoposti.

Corriere della Sera, 26 luglio 2021 (newsletter AmericaCina)

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