L’odore della «polvere macabra» di Ground Zero è indimenticabile. «Mi torna alle narici ogni volta che cammino vicino a un cantiere. È simile, ma non è davvero uguale a quel miscuglio di cemento polverizzato e pelle bruciata», scrive Andrew Serra nel suo libro Cercando John, pubblicato nel 2018 negli Stati Uniti e appena tradotto in Italia da Photo Travel Editions, piccolo editore di Rionero in Vulture, in Basilicata. Origini italiane come tanti suoi colleghi pompieri, la mattina dell’11 settembre non doveva lavorare — aveva scambiato il turno con un compagno — ed era ancora a letto quando il primo aereo colpì la torre Nord: si precipitò al World Trade Center, senza sapere che sarebbe rimasto là per mesi, dedicando ogni attimo libero alla ricerca dei colleghi rimasti sepolti nel crollo, con l’unico desiderio di dare alle loro famiglie almeno un corpo da piangere, e un senso di chiusura.

Per giorni e notti, il giovane pompiere Serra osservò le scavatrici smuovere i detriti con cautela, per non distruggere i piccoli resti umani che riemergevano mischiati al cemento e alla polvere: a volte un osso, altre un pezzo di carne, altre ancora un indumento che poteva segnalare la presenza di un corpo, oppure no. «Era un modo alla rovescia, in cui trovare un corpo era una buona giornata», racconta. A metà marzo, al termine dell’ennesima nottata insonne, si ritrovò in mano i pantaloni da lavoro di un collega. Non erano vuoti: dentro c’erano le gambe di John Tipping, un pompiere del Ladder 4 che non conosceva e che quella mattina di settembre non doveva neanche lavorare. Invece era accorso alle Torri ed era rimasto ucciso insieme ad altri 6 compagni: una parte di lui uscì su una barella, a marzo dell’anno successivo, salutato come un eroe davanti agli occhi del vecchio padre in lacrime.

Qualche mese più tardi, però, Tipping e i suoi colleghi del Ladder 4 vennero accusati di furto. Dalle cronache di William Langewiesche, l’unico giornalista che per un anno ebbe completo accesso alle operazioni, emerse che nella loro autopompa, appena estratta dalle macerie, furono rinvenuti decine di jeans del negozio Gap che si trovava nel centro commerciale del World Trade Center. Giornali e televisioni ripeterono la storia dei pompieri disonesti, una storia che fece infuriare l’intero Fire Department newyorkese ed esplodere una rabbia cieca nel petto di Serra: aveva speso ogni minuto libero cercando i suoi compagni, andando ai funerali e confortandone le famiglie, come voleva il cerimoniale dei pompieri, e ora non riusciva ad accettare di doverli difendere da accuse così infamanti.

«Sentii il peso della rabbia, un senso di tradimento», racconta Serra. «Le accuse contro i miei colleghi furono il punto di rilascio, dopo aver perso amici, aver visto corpi senza vita, averne raccolto pezzi, essere stato costretto a dire a una madre che il figlio non sarebbe più tornato a casa». Eppure ci sono voluti anni per capire che era una «rabbia strana, senza senso», ci dice oggi al telefono da New York, una rabbia che era soprattutto il culmine di tutte queste esperienze. All’epoca, nel 2002, era diretta però soltanto alle accuse di Langewiesche: «Invalidavano tutto ciò di cui ero più fiero», spiega. La chiusura, per Serra, è arrivata scrivendo, cercando e trovando le prove dell’innocenza di quegli uomini, raccontando la storia dal punto di vista di un pompiere che aveva scavato nelle macerie di New York.

«Pensavo fosse un bugiardo, oggi ho capito che Langewiesche non ha inventato quella storia: ha passato molto più tempo di me nel cantiere, dove tutti avevano il proprio punto di vista sulla tragedia, e si è fidato delle sue fonti», ci spiega. A Ground Zero, nei mesi successivi all’11 settembre, si erano scontrate infatti le «tribù» dei pompieri, della polizia e degli ingegneri, come Langewiesche racconta nel suo libro American Ground: i primi volevano continuare a cercare vittime, gli ultimi volevano cominciare a ricostruire ed erano la fonte principale del giornalista. «Il tempo passato al World Trade Center ha prodotto emozioni forti, che hanno influenzato in modo diverso le nostre esperienze. Oggi — conclude Serra — ho trovato John Tipping una seconda volta». E, cercando la verità sui suoi ultimi istanti, ha trovato la pace.

Corriere della Sera, 10 settembre 2021 (newsletter AmericaCina)

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