Vent’anni sono un tempo sufficiente per tracciare un bilancio: del nuovo millennio, delle guerre americane, di un viaggio personale e professionale come quello di Francesco Semprini che nel libro Twenty — venti, appunto, appena uscito per Signs Books — ripercorre un pezzo di storia degli Stati Uniti e del mondo intrecciandole alla propria. Inviato della Stampa negli Stati Uniti, 48 anni, Semprini è arrivato a New York un paio di mesi prima dell’11 settembre, inizialmente per lavorare in un cantiere e studiare economia, ritrovandosi poi a seguire come cronista gli eventi più significativi di quest’epoca: la crisi finanziaria, le campagne elettorali, le primavere arabe, le migrazioni, l’ascesa dell’Isis, il terremoto di Haiti, la presidenza Trump, il coronavirus e le quattro emergenze americane – sanitaria, sociale, politica, economica – dell’ultimo biennio.

Vive a Nord, nella New York del progresso e del benessere, con un ufficio alle Nazioni Unite da cui cerca di fuggire appena può per raccontare, come spiega lui stesso, il mondo guardando verso Sud, inteso come l’emisfero dell’affanno e delle sofferenze in cui si è immerso continuamente in questi anni. Nelle sue cronache infatti Semprini ritorna spesso alla guerra americana al terrore, che rincorre prima a Guantanamo, sull’isola di Cuba, dove arriva per visitare il carcere in cui vengono rinchiusi i presunti terroristi in attesa di processo, poi in tutto il Medio Oriente e l’Asia Centrale, dove comincia a viaggiare nel tentativo, scrive, di fare un passo indietro, di andare dove erano stati catturati e risalire così all’origine dei conflitti.

Lo fa raccogliendo voci, sensazioni e dettagli in Afghanistan e in Iraq, in Pakistan e in Libano, in Siria o in Libia, lo scatolone di sabbia dove aveva combattuto il nonno generale. Lo fa, soprattutto, marciando con le vittime dell’Isis, commuovendosi mentre guarda la piccola Amina in fuga da Mosul o masticando tabacco con i soldati americani al fronte, davanti al fuoco, dove — gli spiega un sergente — si raccontano «storie, episodi di battaglia, le esperienze con le donne, le sbronze, e una buona dose di bugie». In queste immagini c’è tutto Semprini, l’osservatore acuto e rispettoso ma anche il cronista caparbio e generoso che, saltando da Nord a Sud, ci trascina nel vortice di questi vent’anni di guerra e pace. Il suo è quasi un flusso di coscienza con cui prova a riannodare i fili che uniscono le 8.46 dell’11 settembre 2001 e il 31 agosto 2021, quando l’ultimo soldato americano ha lasciato Kabul, ma con cui prova anche a capire cosa ne sarà, ora, dei prossimi Twenty.

Corriere della Sera, 17 settembre 2021 (newsletter AmericaCina)

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