In America crescono i prezzi dei prodotti alimentari, in particolare della carne di bovino, e per Joe Biden potrebbe essere un problema ben peggiore — in termini di gradimento — rispetto al caotico ritiro dall’Afghanistan. Anche per questo, l’8 settembre la Casa Bianca ha svelato un piano da 500 milioni di dollari in prestiti garantiti destinati a piccoli impianti regionali di lavorazione della carne di vitello. Dietro, ha scritto nei giorni scorsi sull’Atlantic il columnist conservatore David Frum, ex speechwriter di George W. Bush, c’è però qualcosa che va oltre la carne di vitello: è una sorta di test per l’economia americana e per un’intera filosofia di governo.

Nel suo libro del 2019 The Great Reversal, l’economista Thomas Philippon spiegava che l’economia americana è dominata da poche grandi aziende che hanno il potere di mantenere i prezzi alti, gli stipendi dei lavoratori bassi e di tagliare fuori la competizione. Da questa situazione nasce l’idea che il governo debba controllare energicamente la competizione, non soltanto in termini di antitrust ma anche attraverso regolamentazioni e interventi: questo stile di governo dovrebbe favorire la competizione ma, sostengono i critici conservatori, finisce per proteggere un negozietto a conduzione familiare dal grande negozio che offre una maggiore selezione e prezzi più bassi, andando incontro all’interesse dei consumatori.

Questa obiezione ha prevalso per mezzo secolo, spiega Frum, ma l’amministrazione Biden sta provando ora a cambiare rotta, partendo proprio dalla carne di vitello. Il settore — già affaticato dalla gravissima siccità che ha colpito il West americano e, di conseguenza, fatto aumentare i costi per gli allevatori — ha sofferto enormemente durante la pandemia: negli stabilimenti sono esplosi focolai che hanno bloccato la catena e, quando gli impianti hanno riaperto, il distanziamento sociale ha intaccato la produzione. Le quattro grandi aziende che controllano l’80 per cento del mercato americano, inoltre, hanno avuto grandi difficoltà nell’assumere: a uno stipendio basso, durante la pandemia i lavoratori spesso hanno preferito i sussidi di disoccupazione.

Nel frattempo però è aumentata la richiesta di carne: nel 2020, complici i vari lockdown, gli americani hanno speso 84 miliardi di dollari in più rispetto all’anno precedente in prodotti alimentari.

Secondo Frum il governo non dovrebbe intervenire, considerando che di norma domanda e offerta trovano un equilibrio. L’amministrazione Biden, invece, punta ad allargare un’industria molto concentrata, favorendo la competizione grazie ai fondi offerti alle piccole imprese: spera in questo modo di far aumentare i prezzi che i produttori pagano agli allevatori, e far diminuire quelli che pagano i consumatori in negozio. L’obiettivo è anche quello di migliorare la resilienza del settore, rendendolo meno soggetto agli choc che possono spezzare la catena produttiva: ad esempio l’incendio dello stabilimento di Holcomb, in Kansas, che nel 2019 fece calare la capacità produttiva americana di 30 mila capi di bestiame a settimana, oppure il cyberattacco alla Jbs, il più grande produttore al mondo, che questa estate ha bloccato un quarto della fornitura di carne in tutto il Paese.

Questo tentativo, scrive Frum, è tuttavia una speranza vana, che rischia più che altro di intaccare i posti di lavoro, con i datori di lavoro che potrebbero preferire l’automazione per tagliare i costi. C’è però un modo in cui questo progetto potrebbe diventare efficiente, sostiene l’analista: se i nuovi piccoli produttori entrassero nel mercato dall’alto invece che dal basso, presentandosi cioè come un’alternativa più ecologica e sostenibile oppure promettendo un prodotto organico. Un po’ come funziona con i birrifici artigianali: non sfidano il colosso Anheuser-Busch sul prezzo, ma sulla qualità.

Corriere della Sera, 1 ottobre 2021 (rassegna stampa)

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