Dalle carte dei «Pandora Papers» emergono, fra le tante cose, nuovi paradisi fiscali disseminati in tutti gli Stati Uniti. Almeno dieci Stati — a cominciare dal solito Delaware, ma anche Nevada, Wyoming e soprattutto South Dakota — avrebbero adottato negli ultimi anni leggi sulla segretezza finanziaria che assomigliano a quelle delle giurisdizioni offshore, e che hanno permesso ai leader di governi stranieri di nascondere miliardi di dollari in trust americani. Secondo i documenti esaminati dall’International Consortium of Investigative Journalists, gli Stati Uniti sono diventati quindi uno dei principali paradisi fiscali del pianeta, e il South Dakota sarebbe entrato in competizione con gli angoli più finanziariamente oscuri d’Europa e dei Caraibi. «Anno dopo anno, i parlamentari statali del South Dakota hanno approvato leggi scritte da avvocati pagati dall’industria dei trust, offrendo sempre più protezione e benefit ai clienti americani e stranieri. Nell’ultimo decennio gli asset nei trust nello Stato sono più che quadruplicati, raggiungendo i 360 miliardi di dollari», scrive il consorzio, che ha studiato 11,9 milioni di documenti finanziari.

«Per molti il South Dakota è uno di quegli Stati che si vedono soltanto quando ci voli sopra», aveva detto un paio d’anni fa l’ormai ex presidente della corte suprema statale, David Gilbertson. «Eppure i loro soldi trovano il modo di atterrare da queste parti». Nei trust della capitale Sioux Falls — città in espansione di 192 mila abitanti, impiegati per lo più nelle industrie sanitaria, finanziaria e dei servizi — sarebbero conservati infatti decine di milioni provenienti da oltreconfine, molti dei quali, spiega il Washington Post, legati a persone e aziende accusate di violazioni dei diritti umani o altri crimini. Ad esempio, nel 2019, i familiari dell’ex vicepresidente della Repubblica dominicana Carlos Morales Troncoso, a capo di uno dei principali produttori di zucchero del Paese, abbandonarono le Bahamas e aprirono dei trust in South Dakota dove nascosero «beni personali e azioni di una società che era stata accusata di abusi di diritti umani e sfruttamento, e che aveva anche abbattuto le case di famiglie povere per allargare le proprie piantagioni».

Il South Dakota è diventato un centro finanziario già all’inizio degli anni Ottanta, quando lo storico governatore William Janklow, detto Wild Bill, ex marine e figlio di un pubblico ministero del processo di Norimberga, cercò un modo per portare lo Stato fuori da una lunga depressione e puntò sulla deregolamentazione delle carte di credito, stringendo un accordo con Citibank: la banca promise 400 posti di lavoro, e la legge fu approvata in un giorno. Da lì Janklow si allargò e, nel tentativo di attrarre ricchezza verso uno dei territori meno densamente popolati d’America, puntò sui trust: abolendo la legge che ne vietava la perpetuità, si inventò i «dinasty trust» che potevano durare per sempre e che, di fatto, hanno cambiato il destino dello Stato.

Un trust del South Dakota, spiegava nel 2019 un’inchiesta del Guardian, protegge gli averi dei super ricchi da un divorzio poco amichevole, da un ex socio d’affari arrabbiato, dai creditori o dalle pretese legali di clienti litigiosi, o di chiunque altro. Non è uno scudo contro le inchieste criminali, eppure scherma le informazioni finanziarie abbastanza da non attirare l’occhio della polizia o del governo: Stato di tradizione conservatrice, che apprezza le tasse basse e i valori familiari, in South Dakota non esistono infatti imposte sul reddito, di successione e sui capital gain. «I politici sostengono che gli Stati Uniti siano il posto migliore per diventare ricchi», spiegava il Guardian. «Il South Dakota è però un’altra cosa: è il posto migliore per restare ricchi».

Corriere della Sera, 4 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

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