Atterrando a Las Vegas la prima cosa che si nota sono i confini della città, che non sfumano dolcemente nel deserto del Mojave ma finiscono all’improvviso dietro all’ultima casa dell’ultima strada, oltre la quale restano solo sassi e polvere. La città del resto è uno sterminato accampamento nel deserto di 360 chilometri quadrati: è circondata da montagne spoglie e rocciose e attraversata da una strip luminosa di quasi sette chilometri, dove sorgono alberghi, casinò e negozi di lusso, edifici ispirati al rinascimento italiano e ai palazzi del settimo arrondissement di Parigi, su cui svetta una Torre Eiffel un po’ più bassa e decisamente più brutta. A downtown si incontrano isole del tesoro e covi dei pirati, cascate con giapponesi in posa, famiglie di nuovi americani che parlano spagnolo e vestono yankee.

Nei casinò che sanno di fumo e profumo scadente si alternano le camminate fiere del Midwest, quelle svelte dei turisti russi o indiani che cercano fortuna ai dadi o ai tavoli del blackjack, e quelle più lente degli anziani arrivati da tutta l’America per giocarsi la pensione alla leva di una slot machine. Oltre le luci della strip poi c’è la città, le strade enormi disseminate di camion e pickup; gli edifici bassi e poco appariscenti, le insegne al neon che indicano la strada verso un bar o una wedding chapel , le pompe di benzina e qualche palma che spunta isolata agli incroci brulli. Non piove a Las Vegas, quasi mai. Spesso la città è bruciata da un sole torrido – a luglio la temperatura massima è stata in media di 40,2° – a volte è spazzata da un vento gelido, ma il cielo è sempre di un blu limpido e profondo, e di nuvole se ne vedono così raramente che lo scorso anno ha stabilito il record di 240 giorni consecutivi senza scorgere una goccia di pioggia.

«Viviamo nel deserto. Siamo la città più secca del Paese nello Stato più secco d’America. E dobbiamo comportarci di conseguenza», ha spiegato al Guardian Colby Pellegrino, vicedirettrice delle risorse per la Southern Nevada Water Authority, l’ente pubblico della contea Clark che dal 1991 si occupa di gestire le risorse – e le emergenze – idriche. Las Vegas, in effetti, è un territorio arido in cui l’acqua ha cominciato a scarseggiare a causa della siccità che da vent’anni sta prosciugando il fiume Colorado, il grande “rio” che dalle Montagne Rocciose scende fino al Messico, da cui arriva il novanta per cento del fabbisogno di Las Vegas. Ad agosto il livello del fiume è calato così tanto che il governo americano è stato costretto a dichiarare uno “ shortage “ – una scarsità d’acqua – per la prima volta nella storia. La situazione è così grave che all’inizio dell’estate il parlamento del Nevada ha approvato – con un sostegno bipartisan raro, di questi tempi – una legge che prevede la rimozione entro il 2027 di tutti i prati pubblici considerati inutili: quelli nelle rotonde, ai margini delle strade, davanti agli uffici o ai condomini.

La legge firmata a giugno dal governatore democratico Steve Sisolak – che risparmia soltanto i parchi pubblici, i campi da golf e i giardini delle villette monofamiliari, i cui proprietari possono ricevere tuttavia incentivi, anche 30 dollari al metro quadro, per sostituire i prati con rocce e piante desertiche – metterà al bando circa il quaranta per cento di tutti i prati di Las Vegas: eliminando circa 21 chilometri quadrati di manti erbosi, la città dovrebbe ridurre del 15 per cento il consumo annuo d’acqua, risparmiando circa 53 litri a persona al giorno in un’area con 2,3 milioni di abitanti. «Dobbiamo essere più consapevoli e preservare le nostre risorse naturali», ha spiegato il governatore al momento di firmare la legge, sostenendo che chiunque atterri a Las Vegas può vedere gli anelli lasciati dal livello dell’acqua a Lake Mead, e capire che bisogna intervenire con urgenza.

Lake Mead è il bacino artificiale da cui fin dal principio arriva l’acqua di Las Vegas. Creato il 30 settembre 1935 con l’inaugurazione lungo il fiume Colorado della diga di Hoover — la cui costruzione era iniziata nel 1931, lo stesso anno in cui fu legalizzato il gioco d’azzardo e ridotto a sei settimane il requisito di residenza per ottenere il divorzio: le basi della moderna Las Vegas — il bacino sorge a cinquanta chilometri da Las Vegas, al confine fra Nevada e Arizona, ed è considerato un simbolo dell’ascesa americana del Novecento. Misura 640 chilometri quadrati, uno dei più grandi degli Stati Uniti, ed è la principale fonte di rifornimento anche per altre metropoli del Southwest come Los Angeles, San Diego e Phoenix: l’acqua può raggiungere i 372 metri sul livello del mare, ma a luglio è calata fino a 325 metri, appena un terzo della capienza che è di 36 mila miliardi di litri d’acqua, una quantità raggiunta per l’ultima volta nelle estati del 1983 e del 1999.

Quello registrato in estate è il livello più basso dall’aprile 1937, quando Franklin Delano Roosevelt era presidente e il bacino era ancora in fase di riempimento, e ha forzato una revisione degli accordi fra i sette Stati – Arizona, California, Colorado, Nevada, New Mexico, Utah e Wyoming, oltre al Messico – che condividono la linfa del grande fiume: il Colorado rifornisce 40 milioni di americani di acqua potabile, per irrigare i campi agricoli – il settanta per cento se ne va per mantenere quasi venti milioni di ettari coltivati dal Wyoming fino al confine – e per la produzione di energia idroelettrica. «Dal 2000 il flusso del fiume Colorado è diminuito del venti per cento e potrebbe calare di un altro dieci per cento entro il 2050», sostiene Brad Udall, scienziato della Colorado State University che si occupa si acqua e clima.

Nonostante Stati, città e contadini negli anni abbiano individuato fonti alternative a Lake Mead, la crisi non si arresta perché nella regione la popolazione cresce rapidamente e la siccità peggiora a causa di un clima reso sempre più caldo e secco dal riscaldamento globale, che ha portato a temperature record e ai devastanti incendi degli ultimi anni: secondo lo Us Drough Monitor, circa il cinquantacinque per cento dell’Ovest americano è colpito da una siccità “estrema” o “eccezionale”, che va avanti da 22 anni. L’intero sistema idrico che ruota attorno al fiume Colorado è ormai a mezzo servizio, sostiene il dipartimento per il Territorio, i contadini sono costretti ad abbandonare i campi e, a partire da gennaio, i sette Stati – più il Messico – che dagli anni Trenta si riforniscono delle sue acque saranno costretti a riceverne di meno.

Secondo gli accordi originali, gli Stati ricevevano la propria quota in base alla popolazione, e così dagli anni Trenta la California ottiene oltre cinque miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, mentre al Nevada, che nel 1940 aveva appena 110 mila abitanti ed era lo Stato meno popolato dell’Unione, ne spettano soltanto 370 milioni. «Abbiamo sempre scherzato sul fatto che il rappresentante del Nevada fosse ubriaco», ammette Pellegrino, la vicepresidente dell’ente idrico di Las Vegas: quando è nata, nel 1983, la popolazione del Nevada era di circa 900 mila abitanti, oggi supera i 3 milioni e accoglie milioni di turisti all’anno. E così per quasi un secolo la quota d’acqua è rimasta invariata, ma da gennaio il Nevada perderà 26 milioni di metri cubi della sua fornitura annua, il 7 per cento del totale, e sarà costretto a vigilare ancora più severamente, ad esempio prendendo di mira i sistemi di condizionamento dei casinò.

Sebbene il destino dell’acqua di Las Vegas dipenda più dalla neve che si scioglie sulle Montagne Rocciose – il 90 per cento del flusso di Lake Mead viene da là, il restante 10 dalle precipitazioni e dalle falde terrestri – che da quella che viene risparmiata nei sobborghi, le autorità locali da decenni si impegnano per evitare sprechi, anche impiegando una squadra di 50 investigatori destinati al controllo dell’acqua casa per casa. «Il livello del lago per ora non aumenterà, così dobbiamo conservare ogni singola goccia», ha spiegato al Guardian Perry Kaye, che ogni giorno controlla villette e irrigatori nelle strade della città, alla ricerca di perdite anche minime o infrazioni ai regolamenti molto stringenti: innanzitutto è vietato innaffiare giardini e piante fra le 11 e le 19, oltre che la domenica, poi il getto non deve superare i limiti della proprietà e gli irrigatori non devono sgocciolare formando pozzanghere che, nel caldo estivo di Las Vegas, evaporano in meno di cinque minuti. Dopo il primo avvertimento – una bandierina gialla per segnalare una perdita – arriva una multa di 80 dollari, che raddoppia a ogni infrazione successiva. Nei sedici anni in cui ha pattugliato le strade cittadine, l’agente Kaye ne ha distribuite migliaia, ma non è bastato. «Speravo che con il mio lavoro mi sarei reso disoccupato da solo, dopo tutto questo tempo», spiega rassegnato al quotidiano britannico. «Invece temo che finirò per andare in pensione prima io».

Corriere della Sera, 13 ottobre 2021 (Pianeta 2021, pag 14, pag 15, pag 16)

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