Stanotte Carli Lloyd è scesa in campo per l’ultima volta con la maglia numero 10 della nazionale femminile di calcio americana. Dopo 316 partite, 134 gol, due medaglie d’oro olimpiche e due coppe del Mondo — la prima delle quali vinta nel 2015 contro il Giappone per 5-2, con tre suoi goal nei primi 16 minuti e l’ultimo segnato da metà campo — la leggenda del calcio americano ha salutato compagne e tifosi al 66esimo minuto della partita vinta 6-0 contro la Corea del Sud, sfilandosi la maglia con il suo cognome, Lloyd, per rivelarne un’altra, sempre numero 10, con il cognome del marito Brian Hollins.

Non è famosa quanto Megan Rapinoe, mediatica quanto Alex Morgan, eccentrica come Hope Solo o intensa come Tobin Heath, ma Lloyd è stata per oltre vent’anni, da quanto esordì con le Central Jersey Splash nel 1999, una straordinaria professionista, che ha costruito la sua carriera sull’etica del lavoro e sulla ricerca della perfezione. «Se fosse stato un calciatore europeo, ora avrebbe statue in tutto il Paese», ha detto il suo coach Vlatko Andonovski. «Le avrebbero intitolato strade, stadi, complessi sportivi».

Ha rinunciato a tutto per diventare la più forte di tutte, dai sobborghi del New Jersey è arrivata a vincere il premio come miglior giocatrice della Fifa nel 2015 ed è stata scelta nella squadra del decennio. Domenica, 48 ore prima di giocare la sua ultima partita, con le compagne ha assistito al concerto dei Rolling Stones a Minneapolis. «Mi hanno fatto pensare per un po’ che dovrei continuare a giocare», ha raccontato il giorno successivo Lloyd, che ha 39 anni. «Mick che correva sul palco a 78 anni e che cantava in quel modo è abbastanza incredibile».

Era una battuta, ma qualcuno per un momento ha pensato che si fosse ricreduta: del resto, scrive il Washington Post, ha segnato 98 dei suoi 134 gol in nazionale (terza assoluta dopo Abby Wambach e Mia Hamm) dopo aver compiuto 30 anni. E poi, come ha detto il coach Andonovski, la sua longevità professionale ha allungato la carriera di tutte le colleghe.

Invece no, finirà la stagione con le New Jersey/New York Gotham Fc e il mese prossimo appenderà le scarpe al chiodo, prendendo in mano la sua vita personale: vuole avere un figlio e continuare il processo di riappacificazione con la famiglia, con cui non si è rivolta la parola per 12 anni, fino all’avvento della pandemia. «Per tutta la mia carriera ho cercato di essere la miglior calciatrice possibile», ha spiegato recentemente. «Spesso però ho rinunciato a divertirmi. Ora non succederà più». So long Carli, arrivederci e grazie ancora per questa carriera straordinaria.

Corriere della Sera, 27 ottobre 2021 (newsletter AmericaCina)

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