C’è un boom del merchandising anti Biden. Mentre i sondaggi sulla sua popolarità colano a picco, ora è al 42,3%, le magliette e i gadget di vario genere che prendono in giro, più o meno bonariamente, il presidente vanno a ruba. In principio il nome di Biden non faceva infuriare la base conservatrice come quelli di Barack Obama o Hillary Clinton, non era semplice prendersela con un vecchio maschio bianco, scrive il Washington Post, ma le cose sono cambiate ad agosto con il ritiro dell’Afghanistan e sono peggiorate nelle ultime settimane, con l’inflazione che galoppa e la faccia del presidente che viene stampata su magliette vicino al prezzo della benzina, uno degli indicatori più nitidi della felicità americana.

La t-shirt più diffusa — in vendita a 45 dollari anche sui siti di Trump — porta la scritta «Let’s Go Brandon», che sembrerebbe un innocuo incitamento a un certo Brandon, e invece nasconde, per semplice assonanza, l’insulto per eccellenza: fuck Joe Biden, vaffXXXXlo Joe Biden. Per risalire alle genesi di questa storia bisogna andare a Talladega, in Alabama, per una gara del Nascar che si è disputata il 2 ottobre: mentre il vincitore Brandon Brown veniva intervistato da Nbc, il pubblico alle spalle cantava un coro poco chiaro e la giornalista suggerì che si trattasse appunto di «Let’s Go Brandon», uno slogan per incitare il pilota 28enne. Invece, abbastanza rapidamente, divenne evidente che i tifosi di Talladega ce l’avevano con il presidente.

In poco tempo «Let’s Go Brandon» è diventato un simbolo di appartenenza, un inno della destra americana. Nel giro di pochi giorni, infatti, Biden è stato contestato a Chicago, in Virginia, in New Jersey da persone che intonavano lo stesso coro, o mostravano un semplice cartello, per le ragioni più varie: l’obbligo vaccinale, il sostegno al candidato governatore della Virginia Terry McAuliffe (poi sconfitto), il costo della benzina. Il 21 ottobre, poi, il deputato della Florida Bill Posey ha concluso un discorso in aula alzando il pugno e scandendo le parole «Let’s Go Brandon», mentre il collega della South Carolina Jeff Duncan, pochi giorni dopo, ha indossato a Capitol Hill una mascherina con la stessa scritta.

A fine ottobre, infine, il pilota di un volo Southwest da Houston ad Albuquerque ha salutato i passeggeri con il messaggio «Let’s Go Brandon», ed è finito sotto indagine da parte della compagnia. «È uno scherzo, fatto con un po’ di classe», ha detto all’Ap il pubblicitario conservatore Jim Innocenzi. «A meno che tu non viva in una cava, sai cosa significa. Ma non va preso troppo seriamente». Un po’ è un gioco, un po’ insulto, e non è una novità per i presidenti americani: ne sa qualcosa Donald Trump, ovviamente, ma si può risalire fino alle origini della democrazia americana, quando Grover Cleveland, Thomas Jefferson o Andrew Jackson venivano derisi per le infedeltà coniugali.

«Let’s Go Brandon» serve a sfogare la rabbia, ha spiegato al Post un ex portavoce di Trump, Hogan Gidley, che in campagna elettorale aveva faticato a identificare uno slogan valido per attaccare il rivale democratico. È soprattutto lo sfogo del popolo repubblicano, che domina l’arte dello scherno politico, un modo per dargli la colpa delle cose che non vanno, come il «thanks Obama» che andava di moda qualche anno fa: «È colpa tua Joe Biden, se la benzina ora costa di più».

Corriere della Sera, 12 novembre 2021 (newsletter AmericaCina)

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