Poteva essere il discorso pronunciato dalla prima presidentessa degli Stati Uniti, invece in quella movimentata notte dell’8 novembre 2016 le parole scritte da Hillary Clinton restarono intrappolate fra le pagine, o forse nel file di un computer abbandonato nella sua stanza di hotel. «Non le ho mai condivise con nessuno, non le ho mai lette ad alta voce», ammette oggi l’allora candidata democratica alla presidenza, che quella notte venne sconfitta a sorpresa da Donald Trump per un pugno di grandi elettori e 77.744 voti in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin.

Oggi, per la prima volta, Clinton renderà pubblico quel discorso durante una lezione sulla resilienza che andrà in onda su MasterClass, la piattaforma streaming che offre ai propri abbonati i consigli e le esperienze di personalità che hanno avuto successo nel proprio settore, dalla cucina all’arte. «Questo avrebbe dovuto essere il mio discorso della vittoria, avrei dovuto pronunciarlo la notte dell’elezione a New York», spiega Clinton nel video, di cui è stato diffuso ieri un estratto da Today, lo show televisivo del mattino in onda su Nbc. «Non lo ho mai condiviso con nessuno, ma mi aiuta a riassumere chi sono, in cosa credo e quali sono le mie speranze per il tipo di Paese che vorrei per i miei nipoti, ma anche ciò che vorrei per il mondo».

Nel suo discorso Clinton avrebbe affrontato il grande tema dell’unità del Paese — «non saremo definiti dalle nostre differenze, non saremo un Paese di “noi” contro “loro”: il sogno americano è abbastanza grande per tutti» — e si sarebbe soffermata a lungo sulla portata storica della sua vittoria. «Ho incontrato donne nate prima che esistesse il suffragio universale. Hanno aspettato questa notte per cento anni. Ho incontrato ragazzi e ragazze che non capivano perché non avessimo mai avuto una presidentessa donna. Ora lo sanno, e lo sa il mondo intero, che in America ogni ragazzo e ragazza può diventare qualsiasi cosa sogni di essere, persino presidente degli Stati Uniti».

Nel passaggio più toccante, Clinton avrebbe poi parlato di sua madre Dorothy, cresciuta insieme alla sorellina a Chicago fra gli abusi e in seguito abbandonata dai genitori ai nonni paterni in California, che a 14 anni, per mantenersi, lavorava come donna di servizio mentre frequentava il liceo. «Penso a mia madre ogni giorno. A volte penso a lei su quel treno (che la portava in California, ndr)», afferma Clinton con un groppo in gola. «Vorrei potermi sedere vicino a lei e alla sua sorellina, stringerla forte: non sa ancora quanto soffrirà, non sa ancora che troverà la forza di sfuggire a quella sofferenza. “Ascoltami”, le dirò. “Sopravviverai. Avrai la tua bella famiglia e tre bambini e, per quanto possa sembrare difficile da immaginare, tua figlia diventerà presidente degli Stati Uniti”».

Corriere della Sera, 9 dicembre 2021 (newsletter AmericaCina)

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