La mattina in cui Elizabeth Holmes si è svegliata colpevole di quattro degli undici reati di cui era accusata, tutti i giornali americani leggevano il verdetto emesso dalla giuria di San Jose come una condanna delle illusioni della Silicon Valley: una bocciatura, scrivevano con varie sfumature gli editorialisti, di quella cultura sfrontata che per decenni ha animato l’industria tecnologica e ne ha alimentato le bolle. Era proprio ispirandosi all’adagio “fake it till you make it” – fingi finché non ce la fai – che Holmes nel 2003 aveva lasciato l’università di Stanford a 19 anni per fondare Theranos, una società che prometteva di rivoluzionare, semplificandolo, il modo di fare le analisi del sangue e che la aveva resa nel 2015 la più giovane miliardaria non ereditiera d’America. “Un piccolo ago che estrae una piccola goccia di sangue”, amava dire per spiegare l’invenzione, e il resto lo facevano i software messi a punto dalla sua azienda.

All’apice del successo, nel 2015, quando nel consiglio d’amministrazione sedevano gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e George Schulz e il generale Jim Mattis, in seguito segretario alla Difesa di Trump, la società era arrivata a valere 9 miliardi di dollari e lei, ormai 31enne, era considerata l’erede di Steve Jobs: un po’ per la sua scoperta rivoluzionaria, un po’ per i maglioni neri a collo alto che indossava. “Un paragone inadeguato”, aveva precisato in un’intervista al New Yorker William Perry, ex segretario alla Difesa di Bill Clinton, ingegnere e professore di Stanford, che sedeva nel board di Theranos. “Lei ha una coscienza sociale che Steve non ha mai avuto. Lui era un genio. Lei anche, ma con un cuore grande”.

Sembrava il principio di una storia straordinaria, invece era già l’inizio della fine: i test non funzionavano, ma per un decennio Holmes – insieme al suo socio, direttore finanziario e amante Ramesh Balwani, che andrà a processo a febbraio e al quale ha provato ad addossare ogni responsabilità, accusandolo di averla plagiata e violentata – era comunque riuscita a ingannare centinaia di investitori, dipendenti, enti regolatori e giornalisti. Se qualcuno chiedeva di entrare nello specifico, di conoscere il funzionamento del macchinario, lei si appellava al “segreto industriale”, e funzionava. Proprio un reporter del Wall Street Journal – giornale di proprietà di Rupert Murdoch, che nell’azienda aveva investito a sua volta 125 milioni di dollari – era riuscito però a smascherarla nel 2015, dimostrando che Theranos non era affatto una nuova Apple, ma al limite un nuovo scandalo Enron: la più grande truffa finanziaria della storia americana.

“È un campanello d’allarme per tutta l’industria”, aveva detto John Carreyrou, il giornalista che ha scoperto l’imbroglio rivelando che Theranos usava la sua tecnologia rivoluzionaria soltanto su una piccolissima percentuale delle analisi del sangue effettuate, perché non funzionava, e che si affidava in realtà a laboratori tradizionali per avere risultati affidabili. Gli enti regolatori scoprirono quindi che Theranos metteva a rischio la salute dei pazienti, e ai laboratori della società fu ritirata la licenza per operare in California. Poco dopo la stessa Holmes fu accusata di frode dalla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, e fu costretta a pagare una multa cospicua.

Theranos è fallita nel 2018 e oggi, a 37 anni e da poco mamma, la sua ex amministratrice delegata è tornata sulle prime pagine dei giornali, in attesa di conoscere l’entità della sua pena. Al termine di un processo complicato e durato quasi quattro mesi, Holmes è stata riconosciuta colpevole di frode nei confronti degli investitori, che negli anni avevano versato a Theranos 945 milioni di dollari ormai evaporati. La giuria l’ha però assolta per i quattro capi d’accusa relativi ai pazienti – a cui sono stati erroneamente diagnosticati Hiv, tumori alla prostata o aborti – e non ha raggiunto un verdetto in altri tre riguardanti gli investitori: Holmes rischia comunque vent’anni di carcere per ognuno dei quattro reati per cui è stata condannata, da scontare in contemporanea e non in successione.

Il procedimento – durante il quale sono stati mostrati persino i messaggi privati fra lei e Balwani – ha aperto soprattutto “una finestra sul mondo riservato delle startup, in cui gli amministratori delegati raramente finiscono a processo e le aziende spesso schivano le conseguenze regolatorie”, ha scritto il Washington Post. “L’industria è conosciuta per il suo adagio, che spesso porta i fondatori a sovrastimare i propri prodotti, ma la storia di Holmes è un esempio estremo di questa cultura”.

Se per alcuni la caduta di Elizabeth Holmes è un avvertimento per l’intera Silicon Valley e per i suoi eccessi, ha sintetizzato il Wall Street Journal, per molti investitori la condanna riguarda solo e soltanto lei, che era un’outsider nel mondo della tecnologia e non era riuscita a ottenere finanziamenti dai principali venture capital americani: la segretezza che le è stata permessa, scrive il quotidiano che l’ha smascherata, non sarebbe stata tollerata da gran parte degli investitori. “Ambizione, obiettivi, visione e ottimismo fanno parte dell’ethos della Silicon Valley”, ha scritto il venture capitalist Greg Gretsch su Twitter, dopo il verdetto. “Le bugie e gli imbrogli no. Le frodi sono frodi”.

Bugie e imbrogli, tuttavia, erano parte di una strategia meticolosa. In azienda, infatti, Holmes si dava regole ferree: “Faccio quello che dico, parola per parola. Non sono mai in ritardo di un minuto. Non mostro entusiasmo. Sono tutti affari. Non sono impulsiva. Conosco il risultato di ogni incontro. Non esito. Prendo costantemente decisioni e le cambio se necessario. Parlo raramente. Riconosco subito le stronzate. Le mie mani sono sempre in tasca, oppure gesticolo”, scriveva su un bigliettino del Raffles The Plaza Hotel di Singapore, che i suoi avvocati hanno usato in tribunale come prova del suo “punitivo” piano di automiglioramento, un programma quotidiano che prevedeva sveglia alle 4 ringraziando Dio, allenamento, meditazione, dieci minuti di preghiere e l’arrivo in ufficio già alle 6.45 quando i suoi dipendenti erano ancora a letto.

Un piano, scriveva a inizio gennaio David Streitfeld sul New York Times, che puntava a renderla una “macchina da lavoro al servizio dell’umanità”, nella migliore – e più umile – tradizione della Silicon Valley, ma che ricordava terribilmente quello di un altro leggendario truffatore, il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, che fra le 5 e le 6 del mattino allenava l’eloquio e il portamento. “Jay Gatsby era un contrabbandiere e faceva imbrogli a Wall Street, vendendo bond falsi”, spiegava Streitfeld. “Holmes ha scelto la Silicon Valley, l’ultimo grande sogno degli esseri umani che nella prima decade del secolo ha promesso di reinventare i trasporti, l’amicizia, il commercio, la politica, i soldi. Le analisi del sangue, in confronto, erano una passeggiata”.

Sette, 21 gennaio 2022 (pag. 18, pag. 19, pag. 29)

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