Non c’è abbastanza spazio, al mondo, per l’ego smisurato di Jeff Bezos. Di certo non ce n’è a Rotterdam, dove il sindaco ha annunciato che farà smontare temporaneamente uno storico ponte cittadino per permettere il passaggio del nuovo, enorme yacht del fondatore di Amazon, lungo 127 metri e troppo alto — 40 metri — per passare sotto il Koningshaven, che nei Paesi Bassi è un monumento nazionale. Durante l’estate verrà quindi rimossa la sezione centrale del ponte di ferro, che risale al 1878 e che i locali chiamano De Hef, per permettere la navigazione lungo il canale dello yacht, costruito nei cantieri olandesi Oceanco e costato 430 milioni di dollari. La decisione, trapelata ieri sulla stampa locale e confermata dal portavoce del sindaco, ha scatenato ovvie polemiche, anche perché il ponte — bombardato dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale — era stato oggetto di un importante restauro fra il 2014 e il 2017, anni in cui rimase chiuso, e i funzionari cittadini avevano promesso che non sarebbe successo di nuovo: l’ufficio del sindaco si è però difeso sostenendo che la costruzione dello yacht ha garantito posti di lavoro, e ha promesso che il ponte sarà ricostruito in modo identico entro un paio di settimane, ovviamente a spese di Bezos.

«È l’unica rotta verso il mare», si è giustificato il portavoce del primo cittadino. Rotterdam, sostiene del resto il capo progetto Marcel Walravens, che ha supervisionato la costruzione dello yacht, è la «capitale marittima d’Europa», e questo progetto era troppo importante dal punto di vista economico: «I cantieri navali sono un pilastro della municipalità», ha affermato al sito Rijnmond, e terminare la costruzione altrove non sarebbe stato pratico. Secondo la rivista Boat International, Y721 — questo il nome con cui è per ora nota l’imbarcazione — sarà la barca a vela più grande del mondo, perfetta per le ambizioni smisurate di quello che è attualmente il terzo uomo più ricco del pianeta con un patrimonio da 175 miliardi. Soldi che il fondatore di Amazon — nonché proprietario del Washington Post e della società spaziale Blue Origin, fra le altre cose — ama spendere per «assicurarsi» un posto di rilievo nella società americana, come successo con la donazione da 200 milioni di dollari alla Smithsonian Institution annunciata nel luglio scorso. A quanto pare, però, quell’assegno non è stato staccato da Bezos, 57 anni, per disinteressato amore verso la scienza e la sua divulgazione. Il miliardario ha chiesto in cambio l’impegno della maggiore istituzione museale americana a esporre in più luoghi e per almeno 50 anni il suo nome.

E ha voluto che fosse specificato anche, nero su bianco, dove vuole che il suo nome sia effigiato: altra occasione di sarcasmo per Elon Musk, il miliardario che ha superato Bezos nelle missioni spaziali e per ricchezza e che si diverte un mondo a prenderlo in giro sui social. Quando la donazione, la più consistente della storia della Smithsonian, fu annunciata, l’attenzione dell’opinione pubblica fu limitata perché allora Bezos faceva notizia soprattutto per il suo imminente volo suborbitale a bordo della prima navicella spaziale della sua Blue Origin. I dettagli dell’accordo per la donazione vengono fuori solo ora e sono curiosi, anche se da sempre i ricchi benefattori di istituzioni culturali vengono celebrati intitolando a loro nome padiglioni dei musei, teatri, biblioteche, aule universitarie. Bezos ha preteso di più: l’accordo prevede specificamente, ad esempio, che il suo nome compaia nel Bezos Learning Center che verrà inaugurato nel 2026, sia sulla facciata che dà sul Mall e su Jefferson Avenue, sia dal lato di Independence Avenue.

Dovrà però apparire anche all’interno del museo, a cominciare dall’ingresso del padiglione, e vedersi in trasparenza in una nuova scultura di vetro. Il Washington Post si è poi accorto che l’accordo, votato dal board dello Smithsonian del quale fanno parte, tra gli altri, la vicepresidente Kamala Harris e il presidente della Corte Suprema John Roberts, non contiene una «clausola etica» che consenta al museo di sottrarsi all’impegno preso se in futuro i comportamenti di Bezos saranno tali da danneggiare la reputazione dell’istituzione, come è accaduto nel caso dei Sackler: il nome della famiglia di miliardari è stato cancellato da musei e università che avevano ricevuto le loro donazioni dopo che sono emerse sue responsabilità dirette nelle pressioni per diffondere ovunque l’Oxycontin, il farmaco della sua Purdue Pharma considerato il principale responsabile della strage da abuso di oppioidi che ha ucciso almeno mezzo milione di americani nell’arco di una ventina d’anni.

Corriere della Sera, 3 febbraio 2022

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