I deputati della Duma, la camera bassa del parlamento russo, hanno approvato una risoluzione che chiede al presidente Vladimir Putin di riconoscere le autoproclamate repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk, nel Donbass, che hanno dichiarato l’indipendenza dall’Ucraina nel 2014 e che sono controllate dai separatisti filorussi.

La risoluzione, arrivata in contemporanea con l’annuncio del ritiro di alcune truppe lungo il confine ucraino, non è vincolante e sarà valutata da Putin, ma alza la tensione con l’Ucraina e con l’Occidente in una crisi già sul punto di esplodere in una guerra aperta: come ha spiegato nei giorni scorsi il segretario di Stato americano Antony Blinken, non sarebbe sorprendente se Mosca usasse un incidente come pretesto per l’invasione. Il riconoscimento da parte della Russia delle autoproclamate repubbliche separatiste nell’Ucraina orientale equivarrebbe a una «violazione del diritto internazionale», ha commentato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, spiegando che costituirebbe una violazione dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina, e degli accordi di Minsk.

La Duma ha definito il riconoscimento di Donetsk e Lugansk «moralmente giustificato» e ha accusato l’Ucraina
di aver violato gli accordi di Minsk del 2015, un cessate il fuoco che prevede il ritorno con ampia autonomia delle regioni separatiste sotto il controllo di Kiev e il ritiro delle forze filo russe, di fatto mai implementato. «La Duma esprime il suo sostegno inequivocabile a queste misure prese per motivi umanitari, per sostenere i residenti di certe aree delle regioni di Donetsk e Lugansk che hanno espresso il desiderio di parlare e scrivere in Russo, che vogliono rispettare la libertà di religione, che non sono d’accordo con le azioni intraprese dalle autorità ucraine che violano le loro libertà e i loro diritti», si legge nell’appello presentato dal partito comunista.

«In questo modo la Russia si ritira de facto e de jure dagli accordi di Minsk, con le conseguenze del caso», ha commentato dopo il voto il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba. Per gli esperti, tuttavia, il voto della Duma non porta con sé l’approvazione del Cremlino, né significa che la risoluzione avanzerà. «Non posso rispondere a questa domanda», ha commentato in mattinata il portavoce di Putin, Dmitry Peskov. «Sapete che non è stata presa nessuna decisione ufficiale. I rappresentanti del popolo riflettono però l’opinione del popolo, e trattiamo la questione con grande cura», ha aggiunto. Secondo Konstantin Skorkin, esperto di Donbass del Carnegie Moscow Center, il voto della Duma «è prima di tutto una manovra propagandistica». Gli accordi di Minsk, ha spiegato al Moscow Times, «avvantaggiano più la Russia che l’Ucraina, ma per Mosca è importante dimostrare a Kiev che potrebbe abbandonarli, se necessario».

Quella che sembra un’ulteriore escalation della crisi ucraina, però, potrebbe rappresentare una via d’uscita: in questo modo, infatti, il leader del Cremlino potrebbe avviare il ritiro delle truppe dislocate al confine con l’Ucraina senza tuttavia apparire sconfitto. Questa soluzione porterebbe al fallimento degli accordi di Minsk 2, ma aprirebbe un nuovo scenario che, come ha scritto Anna Zafesova sulla Stampa, «potrebbe, con alcune condizioni, soddisfare tutti»: Putin conserverebbe la sua reputazione di leader duro e imprevedibile; i suoi sostenitori sarebbero soddisfatti di aver strappato un altro pezzo della vecchia Unione Sovietica all’Ucraina; Kiev vedrebbe allontanarsi le possibilità di entrare nella Nato ma incasserebbe la solidarietà e, soprattutto, gli aiuti occidentali (giù annunciati da Stati Uniti, Canada e Unione europea martedì mattina); l’Occidente avrebbe scongiurato un conflitto in Europa e potrebbe limitarsi a imporre sanzioni meno pesanti. Questo scenario rappresenterebbe tuttavia un colpo per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e per i cittadini delle due repubbliche separatiste, oltre che per Francia e Germania che avevano sponsorizzato l’accordo di Minsk.

Corriere della Sera, 15 febbraio 2022

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