Dall’inizio del conflitto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede alla Nato e agli Stati Uniti di imporre una «no-fly zone», ovvero un divieto di sorvolare lo spazio aereo del suo Paese: è una misura che serve per impedire agli aerei russi di volare nei cieli ucraini fermandone la minaccia, e che possono dichiarare organizzazioni internazionali come Nato, Onu e istituzioni europee, oppure i singoli governi. La Nato ne ha discusso diverse volte, soprattutto dopo il bombardamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia, ma ha deciso di non applicarla: la no-fly zone è considerata infatti una mossa offensiva, non difensiva, e comporterebbe di fatto l’entrata in guerra contro la Russia, come dice anche l’ammiraglio Mike Mullen in questa intervista al Corriere. «Capisco la richiesta», ha detto, «ma la possibilità di un conflitto tra la Russia e la Nato aumenta significativamente ». Se la Nato imponesse una no-fly zone, sarebbe infatti obbligata a pattugliare i cieli dell’Ucraina, abbattendo i jet di Mosca e attaccando le difese anti-aeree russe in territorio ucraino: per questo il presidente Vladimir Putin la ritiene «un atto di guerra», e sostiene che qualunque Paese imponesse una no-fly zone «parteciperebbe di fatto al conflitto armato».

Le no-fly zone sono utilizzate di norma per proteggere aree sensibili, come residenze reali, edifici governativi, luoghi pubblichi o religiosi, eventi sportivi. Quando sono applicate con fini militari — vietando ad aerei di entrare in un’area specifica per impedire attacchi o sorveglianza, come nel caso ucraino — finiscono per equivalere a un atto di guerra, come sostiene Putin. Queste no fly zone permettono infatti di entrare in un conflitto senza impegnare le truppe a terra, spiega il New York Times, e con un numero limitato di aerei e infrastrutture: per imporre queste restrizioni, però, è necessario l’uso della forza, compresa appunto la distruzione delle difese anti aeree e dei jet nemici. «Non puoi semplicemente dire che è una no-fly zone», ha spiegato alla rivista Foreign Policy il generale del’aeronautica americana Philip Breedlove. «Poi la devi far rispettare. Equivale a una guerra».

In passato le no-fly zone sono state usate da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia senza il sostegno dell’Onu durante la Guerra del Golfo, nel 1991, per fermare gli attacchi di Saddam Hussein contro i civili che avevano causato migliaia di vittime nel nord e nel sud del Paese, e sono durate fino all’invasione americana dell’Iraq, nel 2003: secondo i critici, però, gli attacchi americani alle infrastrutture di difesa aerea irachene causarono ugualmente molte vittime civili. La Nato l’ha dichiarata in Bosnia fra il 1993 e il 1995 con il sostegno dell’Onu, e poi nel 2011 in Libia, quando Gheddafi provò a sopprimere le rivolte. Nel 2015 ci furono invece grandi pressioni negli Stati Uniti per dichiarare una no-fly zone in Siria, dove Assad sganciava barrel bomb sui civili e anche i russi conducevano attacchi aerei contro Isis ma anche contro i ribelli che si opponevano ad Assad: a opporsi fu l’allora presidente Barack Obama, che voleva evitare di entrare in conflitto diretto con i russi.

Corriere della Sera, 6 marzo 2022

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