L’Armata russa procede lentamente, ma continua l’avanzata su tre fronti. Da nord scende verso Kiev, l’obiettivo principale, dove si combatte ancora nei sobborghi: in particolare a Hostomel, nei pressi dell’aeroporto Antonov, uno scalo merci che Mosca sta provando a conquistare fin dalle prime ore del conflitto, e poi a Bucha, Vorzel e Irpin, dove ci sono state molte vittime civili. Gli uomini di Vladimir Putin puntano sulla capitale da nordest, dalla zona di Chernhiv, pesantemente bombardata ma ancora in controllo ucraino, e da nord, dalla Bielorussia: dopo aver conquistato l’area di Chernobyl, i mezzi russi sono rimasti impantanati a una trentina di chilometri dalla capitale, formando il lungo convoglio di oltre 60 chilometri che da un lato mostra la potenza dell’esercito moscovita ma dall’altro ne lascia trasparire tutti i problemi logistici, a cominciare dalla carenza di benzina e cibo. Per questo, nel weekend, lo Stato maggiore ha ordinato una pausa operativa per riorganizzare e coordinare l’offensiva verso Kiev: dalla Bielorussia stanno arrivando rifornimenti di carburante per i carrarmati e i mezzi fermi ormai da giorni. La capitale si prepara all’assedio, mentre i russi, secondo fonti di intelligence americana, starebbero arruolando foreign fighter siriani esperti nella guerriglia urbana.

A est, l’esercito russo assedia Kharkiv, la seconda città ucraina, che ancora resiste nonostante i missili che piovono incessantemente da giorni: qui, affermano la Difesa di Kiev, sarebbe stato ucciso il general maggiore russo Vitaly Gerasimov, l’uomo che guidava le truppe di Putin. La notizia sarebbe stata riferita in Patria attraverso linee non sicure, e così gli ucraini la avrebbero intercettata: il sistema telefonico criptato Era, realizzato lo scorso anno dalla Difesa russa e che doveva resistere «in ogni condizione», a quanto pare non sta funzionando.

A sud, invece, i soldati di Mosca guadagnano posizioni più rapidamente e controllano un’area abbastanza vasta. Le truppe partite dalla Crimea, la regione meridionale annessa da Putin nel 2014, si muovono verso ovest, dove controllano l’area di Kherson — conquistata il 2 marzo — e puntano Mykolayiv, soggetta a pesanti bombardamenti, ma anche verso nord, dove sono arrivate fino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, colpita e passata in mano russa, e verso est. Qui, conquistata Melitopol, assediano da giorni la città di Mariupol, porto strategico sul Mar d’Azov che permetterebbe di aprire un passaggio fra la Crimea e il Donbass, l’altra regione dove i combattimenti restano intensi: nelle autoproclamate — e riconosciute da Mosca — repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk continuano gli scontri fra i filorussi le forze della resistenza civile e militare ucraina.

Sul campo la battaglia ha rallentato, conferma la Difesa di Kiev, ma i russi hanno intensificato i missili che sono piovuti su tutte le principali città del Paese: il Pentagono sostiene che ne abbiano sparati oltre 600 nei primi 13 giorni di conflitto, lanciando ordigni vecchi, pesanti e poco precisi che sono ancora più pericolosi per i civili. Non hanno ancora il controllo dei cieli, ma bombardano in tutto il Paese: oltre a Kiev e Kharkiv, sono pesantemente colpite Sumy, Mykolaiv e Mariupol. Ovunque si contano decine di vittime civili, almeno 474 secondo l’Onu, ovunque i corridoi umanitari, aperti a parole, vengono chiusi con il fuoco. Le bombe russe hanno colpito anche il porto di Odessa, nel sudovest.

In tutta la parte occidentale del Paese — fondamentale per garantire i rifornimenti di armi alla resistenza ucraina, che ha già ricevuto circa 17 mila sistemi anti tank: le consegne arrivano con grande rapidità — l’attività russa è soltanto aerea: qui si era pensato che potesse intervenire l’esercito di Lukashenko, fotografato nei giorni scorsi davanti a una mappa ucraina, ma per ora non sono segnalati movimenti.

Negli ultimi giorni, segnala Franz-Stefan Gady, esperto dell’Istituto internazionale per gli studi strategici, i russi hanno comunque migliorato e aumentato l’uso della forza aerea, sorprendentemente carente nella prima fase del conflitto. Colpiscono gli aeroporti militari, forse per prevenire le consegne di jet da parte degli alleati occidentali, e le strutture della comunicazione: è stata distrutta la torre della tv di Kharkiv, e proveranno a tagliare gli scambi fra Zelensky e i suoi generali.

Lo Stato maggiore di Mosca avrebbe impiegato la totalità delle forze dispiegate al confine ucraino, circa 190 mila soldati, ma l’umore delle truppe sarebbe molto basso. Secondo il ministro della Difesa britannico Ben Wallace, i russi stanno subendo grandi perdite di uomini e mezzi — gli ucraini dichiarano di aver ucciso 11 mila soldati, più probabile che siano fra i 2 e i 4 mila secondo una stima «conservativa» del Pentagono – e sono «disperati», per questo avrebbero «aumentato la brutalità degli attacchi». Da Mosca, sostiene sempre Wallace, continuano ad accusare l’Ucraina di aver sviluppato armi nucleari o biologiche, ma è più che altro una «scusa per giustificare l’invasione».

Più cauto lo Stato Maggiore statunitense, che analizza il comportamento dell’Armata senza fretta. Confermano i ritardi, sono sorpresi da errori e perdite, notano evidenti carenze di coordinamento, ma avvertono: Putin ha una macchina da guerra comunque poderosa, capace di travolgere l’avversario. I generali del Cremlino stanno correggendo l’approccio, imparando dagli errori commessi sul campo: si iniziano a vedere i convogli di mezzi scortati da elicotteri, per ridurre l’impatto delle imboscate ucraine. Le perdite e i problemi logistici ci sono, sostiene il Pentagono, ma sono amplificati dall’ottima propaganda di Kiev e dalle comunicazioni occidentali, che puntano a frustrare i soldati russi e incoraggiare gli ucraini: gli uomini mandati in Ucraina sono giovani, inesperti, hanno poco cibo e scaduto, ma Putin è assolutamente in grado di piegare la resistenza militare e civile.

Nessuno la aspettava così tenace, neanche molti generali ucraini pensavano che sarebbe potuta durare così a lungo considerato il rapporto fra le forze in campo: l’esercito russo conta 900 mila uomini ed è otto volte più grande di quello ucraino. I difensori subiscono l’artiglieria e i bombardamenti russi, ma sono più motivati e stanno sfruttando la conoscenza del territorio per contrattaccare: si organizzano in unità leggere che colpiscono le colonne russe e si disperdono, rallentando l’avanzata e distruggendo centinaia di mezzi. La resistenza sfianca gli uomini di Putin colpendo di continuo, anche in piena notte, non lasciandoli dormire, affossandone il morale, ha raccontato al New York Times il generale Marchenko, impegnato nella difesa di Mykolaiv.

Una stima di Oryx parla di 130 carri armati, 84 blindati e centinaia di mezzi distrutti, oltre a decine di aerei russi abbattuti: gli ucraini, sostiene un rapporto dell’intelligence americana, sono riusciti a colpire aerei che trasportavano paracadutisti russi, usano missili anticarro americani e droni turchi. Si affidano poi a cavalli di frisia e a blocchi stradali realizzati artigianalmente con autobus e tram, che hanno rallentato l’avanzata in tutto il Paese e in particolare del drago che sbuffa verso Kiev, alle molotov per colpire i mezzi nemici e ai trattori, con cui i contadini ucraini recuperano e trainano le prede belliche: i mezzi abbandonati dai soldati di Putin lungo la strada.

Corriere della Sera, 8 marzo 2022

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