L’embargo al petrolio russo potrebbe eliminare quello in vigore per il Venezuela. Nel weekend, per la prima volta in oltre 20 anni, una delegazione della Casa Bianca ha raggiunto Caracas per discutere con il dittatore Nicolás Maduro dell’allentamento — temporaneo e per motivi di sicurezza nazionale — delle sanzioni imposte da Trump nel 2019, ufficialmente per le violazioni dei diritti umani, che avevano affossato il settore petrolifero venezuelano e avvicinato il Paese a Russia, Cina e Iran, i principali nemici degli Stati Uniti. Washington in questo modo affronterebbe due problemi: quello dei rifornimenti, sostituendo il greggio russo — nel 2021 da Mosca sono arrivati in America circa 540 mila barili al giorno — con quello venezuelano; e quello geopolitico, sfilando ai russi il loro principale alleato in Sud America.

Della delegazione americana arrivata a Caracas facevano parte Jim Story, ambasciatore in Venezuela di stanza a Bogotà, in Colombia, Juan Gonzalez, assistente speciale per l’emisfero occidentale, e Roger Carstens, inviato presidenziale per gli ostaggi. Proprio la presenza di Carstens, impegnato da mesi a costruire un dialogo con la controparte venezuelana, aveva lasciato intuire che gli Stati Uniti avevano chiesto anche la liberazione di sei dirigenti — tutti americani, rinchiusi da un anno in un’unica cella sotterranea — di Citgo Petroleum, sussidiaria americana della compagnia di Stato venezuelana, la Petróleos de Venezuela, arrestati nel 2017 con accuse definite «prive di fondamento», e di altri quattro americani arrestati fra il 2020 e il 2021 e accusati di tentato golpe, terrorismo e spionaggio. In particolare i «Citgo 6», come sono ormai noti i sei prigionieri, erano stati invitati dal governo di Maduro a Caracas per un incontro, e poi arrestati per reati finanziari: secondo le famiglie erano stati attirati in una trappola per poi essere usati come pedine di scambio.

Due dei prigionieri sono stati rilasciati martedì 8 marzo dal governo venezuelano, aprendo a una potenziale svolta nel rapporto fra i due Paesi che potrebbe riflettersi rapidamente sullo scacchiere geopolitico globale. «Questi uomini sono padri che hanno perso tempo prezioso con i propri figli e con coloro che amano, le loro famiglie hanno sofferto per l’assenza ogni giorno», ha commentato il presidente americano Joe Biden dopo la liberazione di Gustavo Cardenas, dirigente della Citgo in carcere dal 2017, e di Jorge Fernandez, un turista cubano-americano fermato lo scorso anno con accuse definite «pretestuose»: aveva portato un drone nel Paese. «Ricordiamo anche i nomi e le storie di ogni americano ingiustamente trattenuto contro la sua volontà», ha aggiunto Biden, «in Venezuela, Russia, Afghanistan, Siria, Cina, Iran e nel resto del mondo».

Washington nega che la scarcerazione dei due prigionieri sia parte di un accordo, ma di certo è un passo avanti: lo stesso dittatore Maduro — accusato a lungo da Donald Trump di aver interferito nelle elezioni americane del 2020, e incriminato dal dipartimento di Giustizia per traffico di cocaina — ha affermato in un’intervento televisivo di essere interessato a migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, e di voler discutere di un allentamento delle sanzioni. È stato «un incontro rispettoso, cordiale, molto diplomatico», ha detto il presidente venezuelano, annunciando che i negoziati proseguiranno. Dopo l’embargo imposto da Trump, le compagnie petrolifere del Venezuela erano riuscite a produrre solo 300 mila barili al giorno nel 2020, mentre l’anno successivo grazie all’aiuto di Cina, Russia e Iran, sono riuscite ad arrivare a 760 mila, comunque un quarto di quanto riusciva a estrarre negli anni Novanta. Secondo Reinaldo Quintero, presidente dell’associazione che rappresenta i petrolieri venezuelani, in otto mesi il Paese potrebbe tornare a produrre 1,2 milioni di barili al giorno.

La proposta di cui le due parti stanno discutendo prevede, secondo il Wall Street Journal, che gli Stati Uniti devino le esportazioni dirette alla Cina verso le raffinerie del Golfo del Messico, e sostituiscano le forniture di condensato iraniano — un petrolio ultraleggero che serve a diluire il pesante greggio venezuelano — con nafta e altri diluenti in arrivo dall’Occidente. Washington toglierebbe così il Venezuela dall’orbita di Mosca, che dal 2019 ha messo i propri sistemi finanziari a disposizione della Petróleos de Venezuela per permetterle di ricevere i pagamenti e, al tempo stesso, rimpiazzerebbe il petrolio russo con quello di Caracas. Le scorte venezuelane non riusciranno a mitigare i prezzi della benzina in tempi rapidi, sostengono gli esperti, ma un accordo è nell’interesse di entrambe le parti: il governo venezuelano potrebbe sfruttare i prezzi alle stelle del petrolio per rimpiazzare gli introiti che arrivavano attraverso il sistema finanziario russo, bloccati dalle sanzioni americane.

Corriere della Sera, 9 marzo 2022

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