Sabato i russi hanno dichiarato di ritenere «obiettivi legittimi» i convogli di armi occidentali che arrivano in Ucraina, ma la realtà del campo è un’altra: l’esercito di Vladimir Putin non ha per ora le armi né una rete sul campo per colpire in modo massiccio obiettivi in movimento con missili da crociera o balistici. Per riuscire a distruggere — o quantomeno intralciare — queste spedizioni di materiale bellico, sostengono gli analisti, dovrebbero innanzitutto intensificare il lavoro di intelligence, e poi correre maggiori rischi sul campo di battaglia. Per quanto riguarda l’intelligence, la rete dei servizi di Mosca si è dimostrata estremamente carente nel preparare il conflitto, tanto che lo zar ha fatto arrestare il capo del servizio estero dell’Fsb Sergej Beseda e il suo vice Anatolij Bolyukh, colpevoli di aver fornito un quadro inesatto della realtà ucraina: non erano solo dei funzionari, infatti agivano in coordinamento con alcune figure chiave del Cremlino. È comunque probabile che rilanceranno gli sforzi per identificare i convogli, affidandosi magari a nuclei di sabotatori.





Quanto ai maggiori rischi, per intercettare i convogli occidentali lo Stato Maggiore russo dovrebbe inviare velivoli in spazi aerei contestati, con il pericolo che vengano abbattuti, oppure incursori in territori che non sono in loro controllo. All’esercito russo resta, per ora, una sola alternativa: i missili, come quelli che domenica mattina hanno colpito la base di Yavoriv, a pochi chilometri dal confine polacco, un’installazione e quindi facilmente identificabile. In questo caso, però, devono essere pronti a sacrificare un buon numero di missili stand-off di cui sono già a corto e che almeno in parte non raggiungeranno l’obiettivo. Le difese aeree ucraine hanno inoltre la capacità di intercettare i cruise russi, anche se questo non basta a creare uno scudo: di certo, dopo l’attacco a Yavoriv, l’esercito di Kiev e la Nato si adatteranno. Washington, infatti, sta valutando la possibilità di far arrivare agli ucraini batterie missilistiche anti-aeree da Paesi vicini e non solo i sistemi portatili. Tuttavia anche l’Armata di Putin si adegua e cambia. I russi, nonostante le perdite subite, continuano l’erosione lenta dell’avversario. Pochi si fanno illusioni.

Il vero rischio, nota Tyler Rogoway, direttore di The War Zone, è che l’esercito di Mosca colpisca fuori dai confini ucraini, dove vengono effettuate le consegne di armi che poi arrivano via terra — con camion, treni, vetture camuffate, ma anche normali automobili civili — alla resistenza ucraina: ad esempio la base aerea di Rzeszow Jasionka, in Polonia, diventata il centro logistico delle spedizioni occidentali. Un attacco simile equivarrebbe a una dichiarazione di guerra all’intera Nato, e potrebbe anche avvenire per sbaglio. C’è anche il tema del riconoscimento preciso di un bersaglio. Come faranno a distinguere un furgone carico di viveri da quello con le munizioni? Serviranno segnalazioni precise da girare all’aviazione o a commandos.

I margini di errore sono ampi, situazioni drammatiche che si riproducono in ogni conflitto, è sempre il più forte a dettare le regole di ingaggio. Putin ignora i diritti umani. I tentativi di ostacolare le filiere di rifornimento sono sempre complessi. Gli americani lanciarono ogni tipo d’azione per bloccare il sentiero di Ho Chi Minh, creato dal Nord Vietnam per assistere i vietcong: bombe, sensori e anche un metodo originale affidato ad alleati locali. Ad alcuni laotiani, che non conoscevano l’inglese, era stato fornito un piccolo apparato con tasti, ognuno contraddistinto da un disegnino che raffigurava un camion, soldati, animali, cannoni: la «vedetta» doveva limitarsi a premere il tasto quando avvistata i bersagli e da qui partiva un segnale per un ricognitore statunitense. Ma il «fiume» ha continuato a scorrere.

Corriere della Sera, 14 marzo 2022 (pag 6 del 15 marzo)

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