Oleksiy Arestovich, consigliere del presidente ucraino, ha fatto la sua previsione: la guerra finirà entro maggio, magari anche prima, perché la Russia non avrà più risorse per continuarla. I tempi dipenderanno da quanto Mosca è disposta a impegnare: o ci sarà un accordo di pace rapido, in una o due settimane, con il ritiro delle truppe, oppure ritenteranno con i siriani e, quando respingeremo anche loro, vi sarà un accordo. Magari alla fine di aprile.

È la premessa di un politico nel mezzo di una crisi immane, con sortite propagandistiche
e frasi ad effetto, per trasmettere messaggi, cementare il gruppo, convincere i fratelli di lotta. La realtà, poi, può essere radicalmente diversa, anche se la legge del più potente comunque conta, specie quando si ha una sproporzione di forze così evidente.

Al momento tra gli analisti ci sono due scuole di pensiero, a volte mescolate a considerazioni influenzate da ciò che si vede o dagli studi della dottrina militare.

I critici

I critici ritengono che Putin abbia sbagliato su tutta la linea. Un ex generale australiano ha sintetizzato la sequenza. Lo zar aveva concepito il piano A: conquista lampo, Zelensky neutralizzato, Paese che cade nelle sue braccia. Non si è realizzato, e allora ecco il piano B: spinta militare su più assi, leggero intervento dell’aviazione, bombardamenti ridotti. Sono però emersi enormi problemi logistici, la resistenza ha provocato perdite, l’avanzata è entrata in stallo, le truppe non sono apparse ben preparate, gravi le carenze di coordinamento. I rifornimenti di armi della Nato hanno dato vigore agli ucraini, pronti ad una lunga battaglia.

A questo punto il Cremlino è passato al piano C, quello più abituale e consono all’Armata: cannonate pesanti — oltre 900 missili in 20 giorni — anche sui centri abitati, offensiva robusta, coinvolgimento di altre unità, maggiore ricorso ai caccia pur senza riuscire ad avere la superiorità. I missili anti-tank e quelli anti-aerei si sono infatti rivelati letali nelle mani dei nuclei ucraini, meglio addestrati — dagli Usa — rispetto ai loro avversari. Dopo 20 giorni, il lungo convoglio di mezzi si è riorganizzato eppure è ancora bloccato a 25 chilometri dalla capitale. Il grande dispositivo bellico non è riuscito a circondare Kiev, ha conquistato poche località, ha perso 4 generali e alcune migliaia di soldati. Tra questi non solo novellini, ma molti parà e membri delle forze speciali come gli spetsnaz, personale che non si rimpiazza in pochi mesi: secondo i conteggi degli analisti, sarebbero addirittura 12 i comandanti uccisi in battaglia, segno di combattività ma anche dell’inaffidabilità delle prime linee al fronte.

Secondo il Pentagono, i russi avrebbero ormai impiegato il 100% delle forze dispiegate lungo il confine ucraino, 190 mila uomini, anche se stime più prudenti ritengono più probabile che sia il 75%: in battaglia avrebbero comunque perso il 6-7% delle truppe. Per questo sempre i critici ritengono che alla lunga il neo-zar non riuscirà ad imporre il suo controllo. Aggiungono che l’Armata non possiede le risorse sufficienti per spingersi fino ad occidente e se lo fa espone le sue linee di comunicazione agli attacchi: un dissanguamento costante, ancora più serio se la filiera dei rifornimenti alleati – oggi importante – rimarrà costante. C’è poi un’altra considerazione: Putin ha un secondo obiettivo, dimostrare di avere una potenza pari a quella della Nato. E qui possiamo però dire che ha fallito: la reazione dell’Alleanza, unita alle misure economiche, lo ha sorpreso. In pochi giorni ha regalato ai vertici Nato una compattezza mai vista.

I realisti

Un pool di esperti richiama però al realismo, invita a non farsi distogliere dai successi tattici — e mediatici — della resistenza. Mosca, sostengono, vuole polverizzare il territorio ucraino in entità divise, punta a creare una zona cuscinetto verso la Nato, spinge parte della popolazione a fuggire verso Ovest, mira a trasformare Odessa (una volta presa) in una grande fortezza, intende provocare danni pesanti nella parte occidentale. È la tattica del boa, che avvolge e soffoca progressivamente. Prima la terra, quindi chi è all’interno. L’avanzata è in stallo a nord e l’assedio a Kiev appare lontano, ma nel sud i russi spingono su tre assi nell’intento di circondare i regolari ucraini. I «difensori» dovranno scegliere se restare nella sacca oppure abbandonare le zone meridionali. E se c’è un ritiro si crea di fatto una «partizione».

Nel conflitto — sottolinea l’istituto britannico Rusi — ci sono due «centri di gravità»: la capitale e la «demilitarizzazione» dell’Ucraina. Il secondo target potrebbe essere conseguito da Mosca insieme ad una conquista della fascia costiera. È probabile che i russi coinvolgano in futuro mercenari siriani e quelli della Wagner per fare il lavoro sporco, aiutando l’esercito nel processo di «normalizzazione». Quanto agli ucraini, la loro difesa ha maggiori possibilità se combina azioni convenzionali e guerrigliere: se perde le prime, può continuare ma con minore efficacia. E poi c’è il disastro umanitario, sociale, economico. Che si ripercuoterà anche sull’Europa.

Corriere della Sera, 15 marzo 2022 (pag 6 del 16 marzo)

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