Zelensky reclama la riconquista di Makariv, il Pentagono — di solito molto cauto — fornisce un quadro pessimista sulle condizioni dell’Armata di Putin. Parla di ucraini all’offensiva per riprendersi territorio e sottolinea i problemi russi: avrebbero perso oltre il 10% delle truppe dispiegate e l’avanzata sarebbe in difficoltà su molti fronti.Il pendolo della guerra — e delle valutazioni — oscilla costantemente, mentre non cambia il destino dei civili, bombardati senza sosta dall’invasore. Questi sviluppi sono accompagnati da una domanda: come aiutare l’Ucraina in questo momento cruciale? Gli Stati Uniti e gli alleati della Nato, come nel lavoro di intelligence, camminano su quella sottile linea rossa che permette loro di fornire assistenza difensiva senza diventare combattenti attivi nel conflitto, cercando di fare il possibile per aiutare gli ucraini senza oltrepassarla.

In quest’ottica, secondo il Wall Street Journal, Washington sta inviando in Ucraina alcune batterie anti-aeree SA 8 di fabbricazione sovietica: sono equipaggiamenti vecchi, ottenuti alcuni decenni fa per analizzare la tecnologia in uso all’esercito russo, che vengono ora prelevati nelle basi sparse sul territorio americano. Nel grande poligono di Fort Irwin, nel sudovest degli Stati Uniti, fra Nevada e California, i mezzi di concezione russa in mano agli americani sono ben visibili e vengono impiegati dalle unità che svolgono il ruolo dei nemici: alcuni sono davvero «sovietici», altri modificati per imitarli. Nella base di Nellis, a Las Vegas, c’è un’area che ne ospita molti: è nota come «Petting Zoo» e quando sei nell’installazione gigantesca puoi sfiorare solo con lo sguardo un muro dietro il quale spuntano delle componenti. E poi c’è il centro di Redstone, in Alabama, che accoglie «pezzi» provenienti dall’Est: un programma clandestino su cui il Pentagono investì 100 milioni di dollari, nato negli anni Novanta e diventato pubblico quando un aereo sovietico fu avvistato dall’autostrada nei pressi di Huntsville.

In seguito, probabilmente, invieranno sistemi analoghi. Negli hangar ci sono ad esempio anche dei S300 d’origine bielorussa, tuttavia non sembrano per ora destinati a partire: quel segmento sarà coperto dai missili promessi dalla Slovacchia. Le notizie mettono insieme due aspetti. Il primo: le vie delle armi sono infinite. Il secondo: cosa fare ora? A Washington c’è chi spinge per dotare Kiev di equipaggiamenti con i quali non solo rallentare l’invasore, ma anche poter lanciare contro-attacchi: considerazioni legate al dibattito su apparati offensivi e difensivi da spedire verso l’Ucraina. La differenza dipende dall’impiego. Certamente chi — al Congresso — auspica una maggiore sostanza pensa a carri armati, artiglieria, lanciamissili a lunga gittata, elicotteri d’attacco, persino aerei. C’è tuttavia un problema, la resistenza deve saper usare i mezzi: i Patriot degli Stati Uniti necessiterebbero di personale americano o di mesi di addestramento per poterli usare.

Da qui la necessità di pescare in quei Paesi che dispongono di materiale già usato dall’Ucraina: Polonia, Bulgaria, Ungheria e altri Stati potrebbero dare loro contributo. Sempre in quest’ottica, è nata l’idea di dirottare quei pochi esemplari presenti nelle basi Usa, e che l’esercito ucraino conosce già, avendoli ereditati dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Se gli Stinger — l’equivalente anti-aereo dei Javelin, un’arma da spalla — possono colpire elicotteri e aerei che volano a bassa quota, questi sistemi di difesa permetterebbero all’Ucraina di imporre una no-fly zone di fatto per i russi, allargando l’ombrello missilistico.

Insieme alle «spade» c’è però un elemento più profondo. Una parte degli analisti, ritenendo che si sia prodotto uno stallo, è convinta che rinforzando Kiev si possa rendere l’operazione speciale di Putin ancora più complessa. Questo «partito» sottolinea, ogni giorno, i lati deboli dell’Armata: i missili intelligenti che non funzionano, la carenza di scorte (Zelensky sostiene che i russi ne hanno appena per tre giorni), il morale basso, i primi segni di congelamento delle truppe, il rifiuto di alcune unità a combattere, le perdite in migliaia di elementi, l’alto numero di parà e commandos uccisi, i rimpiazzi poco preparati e con dotazioni superate. Questo elenco è basato su dati concreti, ma anche sull’inevitabile propaganda: un articolo del New York Times descrive i successi dell’aviazione ucraina — appena una cinquantina di velivoli — che non solo ha protetto il proprio spazio ma ha distrutto molti aerei nemici in duelli.

Qualche osservatore più tecnico corregge il tiro, affermando che l’invasore si è adattato, conduce missioni notturne sia sul terreno che con i jet Sukhoi, sfrutta le debolezze di chi difende e intanto picchia duro sulle città con i cannoni a lunga gittata, i Grad, le testate termobariche. Il tempo è in favore del Cremlino, scrive l’ex ufficiale dei marines Andrew Milburn, reduce da una ricognizione sul terreno. Esiste sempre il timore che comunque lo zar abbia la volontà di andare avanti spianando tutto, arrivando anche al paventato ricorso ad armi non convenzionali, il pericolo evocato da Joe Biden.

Corriere della Sera, 22 marzo 2022 (pag 9 del 23 marzo)

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