In appena un mese l’operazione speciale di Putin ha vissuto molte fasi.
La prima: l’assalto.
La seconda: la sorpresa della resistenza.
La terza: l’arrancare dell’Armata.
La quarta: i russi in totale difficoltà, con scorte — secondo Zelensky — sufficienti al massimo per un paio di giorni e perdite massicce, al punto che un commentatore è arrivato a scrivere che «gli ucraini stanno vincendo».

Tuttavia è prematuro correre già al finale
: la strada è lunga e sanguinosa, secondo alcuni osservatori la fase di relativo stallo a cui stiamo assistendo altro non è che la quiete prima della nuova tempesta. Mosca dovrà reagire e non è detto che la supremazia da sola basti: lo raccontano i fatti.

Gli aggrediti hanno senza dubbio fatto blocco. Con tattiche e preparazione, distruggendo mezzi in quantità, rendendo costosi gli assalti ai centri abitati. Con un uso accurato dei sistemi anti-carro e anti-aerei, con grande flessibilità, mobilità e lavoro di intelligence (grazie anche all’aiuto occidentale).

In alcuni casi hanno sfruttato il territorio
: a nord della capitale, ad esempio, hanno allagato una vasta aerea per trasformare i prati in fango colloso, micidiale per i tank.

E così la spinta nemica si è arenata, aggravata dalla mancanza di cibo e carburante, da condizioni di vita dure, dal freddo che avrebbe causato principi di congelamento a molti soldati, dice il Pentagono, secondo il quale la forza si è ridotta del 10%.

Al tempo stesso, però, non mancano report sulla riorganizzazione decisa da Mosca. L’aviazione, a lungo assente, ha lanciato molte sortite, passando da 200 al giorno a una media di 300, specie nel sud, dove è meno fitta la rete anti-aerea degli ucraini: sono sempre tasselli, incompleti e non omogenei, ma rendono il senso di ciò che accade sul campo.

Le foto satellitari hanno rivelato ad esempio che i russi hanno sgomberato la base di Kherson, decisione presa dopo che il nemico aveva distrutto alcuni elicotteri: non è un segnale di fiducia, non è la prova di essere in pieno controllo.

Il fronte terrestre presenta alcune variabili da seguire. Rispetto ad una settimana fa, gli ucraini hanno iniziato non solo a contenere ma anche a riprendere aree perdute. Girano news e mappe sulla manovra d’aggiramento lanciata dai «difensori» a ovest della capitale. Questo il punto serale secondo il Pentagono: a nord ovest l’Armata è ferma a circa 15-20 chilometri dal centro di Kiev e qui sta scavando postazioni interrate per dare maggiore protezione; a est della capitale i russi sono stati respinti indietro per quasi 50 chilometri. Gli esperti restano guardinghi. Per taluni le ultime news confermano una rinnovata capacità degli ucraini e i problemi per gli invasori. Per altri è un’operazione per alleggerire la pressione e bisogna attendere l’evoluzione.

Ma c’è anche una terza componente, indiretta: la resistenza lancia un messaggio di tenacia in vista del vertice Nato e spera in altri aiuti. Gli analisti intanto annotano il tentativo di rimediare agli errori da parte dei russi, che hanno infilato le aree abitate tra l’incudine e il martello per sbriciolarle in modo sistematico con le artiglierie.

Nulla di nuovo. Durante la battaglia di Grozny, in Cecenia (1995), i russi sono arrivati a sparare una cannonata ogni 20 secondi — ha ricordato l’esperto John Spencer — provocando oltre 27 mila morti, se non di più. Resta l’incognita Bielorussia: da Minsk negano di essere ad un passo dall’intervento diretto.

Putin ha però bisogno di forze fresche, per dare il cambio alla truppa esausta, per rimpiazzare alcuni battaglioni (i Btg) depauperati di mezzi e uomini e potrebbe trascinare l’esercito di Lukashenko nella contesa. Magari gli servirà per allagarsi verso ovest, a meno che l’opzione bielorussa non sia solo una manovra per impedire al nemico di distogliere reparti da questo settore.

In compenso Lukashenko deve incassare i sabotaggi lungo la ferrovia
, fondamentale per garantire il flusso di rifornimenti. Tratti di binario e altre strutture avrebbero subito danni per mano di incursori, in apparenza membri dell’opposizione interna solidale con Kiev. Notizie in questo senso erano già emerse all’inizio del conflitto e ora tornano con dettagli da confermare: la linea che porta in Ucraina sarebbe interrotta. Se così fosse, oltre alle conseguenze pratiche, c’è l’aspetto propagandistico. Un’azione che arriva dopo un appello specifico della resistenza. C’è poi un elemento spesso citato dagli osservatori: il regime della Bielorussia non vorrebbe mandare le unità al fianco dei russi perché ha paura dell’instabilità interna. La vera smentita verrà dal campo.

Oggi più che mai è citata la frase pronunciata da Churchill nel 1942: «Non è la fine. Non è neanche il principio della fine. Ma è, forse, la fine del principio».

Corriere della Sera, 23 marzo 2022

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