«L’Ucraina non combatte soltanto per la sua integrità territoriale e per la sua sovranità, ma per le democrazie liberali occidentali», dice al Corriere della Sera il primo ministro della Lituania Ingrida Šimonyte, 47 anni, collegata dal suo ufficio di Vilnius. «Noi dobbiamo fare il possibile per assisterli».

Primo ministro, il summit della Nato ha cambiato lo scenario?
«Ci sono due aspetti da considerare. Il primo è il sostegno pratico all’Ucraina: gran parte dei Paesi Nato sta facendo la propria parte. Il secondo riguarda la situazione geopolitica, che è cambiata a causa di questa guerra soprattutto nel fianco Est della Nato: per questo dobbiamo aggiustare i calcoli che sono stati fatti finora. Pensavamo bastassero deterrenti per impedire un’aggressione, ma — dopo che Putin ha cominciato davvero l’invasione, e dopo che il suolo bielorusso è stato usato dalle truppe e dai mezzi russi — ora dobbiamo riconsiderare la situazione e la presenza di truppe nel fianco Est della Nato: dobbiamo pensare a una difesa attiva, invece che a deterrenti».

È soddisfatta della leadership di Biden?
«Sì, penso che sia molto importante e visibile, sin dall’inizio, quando hanno reso pubbliche tantissime informazioni di intelligence aggiornandoci su quello che stava per succedere: qualcuno sosteneva che fosse un comportamento irrazionale, che non sarebbe successo nulla, e invece eccoci qua. Così hanno permesso di costruire un consenso attorno alla realtà dei fatti. Credo poi che sia fondamentale che non ci siano disaccordi su come Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea valutano la situazione e su come decidono di rispondere. Sicuramente per l’Ue è più complicato agire, perché ogni volta — ad esempio sulle sanzioni — deve trovare un accordo fra i 27 Stati membri, mentre Stati Uniti e Regno Unito sono ovviamente più rapidi.».

Teme che Putin possa aggredire gli Stati del Baltico?
«Nessuno sa cosa ci sia nella sua mente ma, se ascolti la propaganda russa in televisione, sono infervorati, come lo erano con l’Ucraina, anche rispetto ad altri Paesi. Li puoi sentir dire che marceranno fino a Berlino. Sono narrazioni usate per il pubblico interno: è per questo che l’Ucraina non combatte solo per sé stessa, che è una battaglia più grande. Lo scorso anno, la Russia aveva dato un ultimatum, chiedendo che la Nato fosse divisa in due classi: una parte sarebbe rimasta uguale ma da un’altra, che comprendeva gli Stati del Baltico ma anche l’Europa centrale, si dovevano ritirare truppe e armi. La capacità di difesa di questi Paesi doveva essere rivista su richiesta della Russia. Possiamo leggerla in molti modi, ma data la situazione sono felice di essere non solo nell’Unione europea, ma anche membro della Nato. E sono felice di vedere che l’Alleanza atlantica sta cambiando approccio adattandosi ai nuovi rischi che si sono creati. Noi siamo vicini a Kaliningrad, che è un’area pesantemente militarizzata, e alla Bielorussia, che si è militarizzata a sua volta perché Lukashenko lo ritiene un modo per mantenere il potere. C’è stato un cambiamento significativo nella sicurezza della regione e, come Nato, dobbiamo adattarci alla nuova realtà».

Crede che la Nato debba avere una presenza permanente nel Baltico?
«Sì, ne sono convinta».

Avete ricevuto minacce?
«Ci sono tanti annunci fatti in pubblico, dalla propaganda ma anche da politici russi: li puoi prendere seriamente, oppure pensare che dicano assurdità. Dalla nostra esperienza, abbiamo imparato che con queste assurdità inviano messaggi. Lukashenko, ad esempio, a maggio 2021 diceva che avrebbe riempito l’Europa di migranti e drogati: esattamente quello che è successo, quando Lituania, Polonia e in parte Lettonia hanno visto questo flusso pianificato di migranti arrivare per mesi. E non è ancora finito del tutto, ci sono ancora persone bloccate in Bielorussia da questo suo tentativo di strumentalizzare la migrazione. Ci sono poi persone in tv che disegnano mappe e mostrano missili per bombardare i Paesi baltici, o l’Europa occidentale. Credo che sia fatto intenzionalmente per aumentare la tensione e la paura nelle nostre società».

Come si deve rispondere?
«Come politici dobbiamo essere razionali e guardare a quello che succede sul campo: quello che vedo, è un aumento della presenza militare nella regione, e dobbiamo rispondere di conseguenza».

State rafforzando le frontiere?
«Avevamo già cominciato per le migrazioni provocate da Lukashenko, ma non si tratta solo di questo: serve protezione militare. Abbiamo aumentato la spesa per la Difesa fino al 2,5% del Pil, oltre la soglia della Nato, e andremo ancora oltre. È quello che stanno facendo molti Paesi, compresi i nostri amici tedeschi che hanno cambiato approccio. Credo che questo sia stato un campanello d’allarme per la nostra regione, ma anche per tutta l’Europa».

Cosa significa essere il confine dell’Europa?
«Forse abbiamo una visuale migliore su ciò che accade ai confini orientali dell’Europa e della Nato. Russia e Bielorussia sono sempre più distaccate dal resto del mondo, anche perché stanno sterminando gli ultimi media liberi e i social network ancora disponibili. Noi siamo un buon esempio di cosa vuol dire essere in “club” come l’Ue e la Nato, e della differenza che può fare per un Paese come l’Ucraina, e per i suoi cittadini, essere parte dell’Ue: negli ultimi 5 o 6 anni, il reddito medio pro capite in Lituania è aumentato del 20%, in Bielorussia è diminuito del 20%».

Quale è l’impatto di questa guerra sulla Lituania?
«Penso a tre aspetti. Il primo è che emotivamente e storicamente siamo molto vicini all’Ucraina. Dopo che è stata attaccata nel 2014, siamo stati fra i pochi Paesi a sostenere che, se il mondo non avesse reagito, i rischi sarebbero aumentati. Purtroppo il mondo sta reagendo solo ora, e le perdite di questa guerra purtroppo sono enormi. Adesso stiamo cercando di costruire un sostegno per l’Ucraina nell’arena globale, e questo prende un sacco di tempo nella nostra agenda politica. Poi stiamo aumentando la spesa per la difesa, perché la guerra è stato un campanello d’allarme per molti Paesi. E infine c’è l’impatto dei rifugiati di guerra, che stanno fuggendo dal loro Paese: non abbiamo una frontiera in comune con l’Ucraina, quindi è una migrazione secondaria, ma i nostri rapporti erano molto stretti e parecchi ucraini lavoravano in Lituania già prima della guerra. Ora le loro famiglie, i loro bambini, le loro madri, i padri, gli anziani si stanno trasferendo nel nostro Paese: abbiamo 31 mila ucraini, e i numeri aumentano ogni giorno, al momento sono circa l’1% della nostra popolazione e dobbiamo aggiustare il nostro sistema sociale per adattarci a questa nuova realtà, perché vogliamo davvero aiutare queste persone e fornire loro alloggi, istruzione e servizi. Questa è la sfida a breve termine, poi c’è quella più grande: la pressione sulla nostra economia, dovuta ai costi dell’energia, ma anche alle catene di approvvigionamento globali e alle ripercussioni delle sanzioni. Dovremo rivedere al ribasso le nostre previsioni di crescita e dovremo fornire misure di sostegno alla popolazione».

La Lituania è fra i Paesi che chiede un cambio per fermare Putin?
«Siamo stati fra i primi a mettere in guardia le democrazie occidentali riguardo a Putin. Il mio Paese e quelli vicini dicevano che bisognava stare attenti a non farsi coinvolgere nei suoi progetti geopolitici, che avevano l’obiettivo di rendere i Paesi dell’Unione europea dipendenti dalle forniture russe di energia, come nel caso del Nord Stream 2. Abbiamo imparato dai nostri stessi errori: nel 2006 si ruppe un oleodotto e i russi non lo hanno mai riparato (dopo la rottura, Mosca bloccò le esportazioni di petrolio in Lituania, ndr). Abbiamo anche subito un aumento punitivo dei prezzi del gas da parte di Gazprom quando abbiamo lanciato il nostro terminal energetico. Abbiamo messo in guardia i nostri amici europei, invitandoli a non farsi intrappolare dalle promesse del Cremlino, perché le avrebbe poi usate contro di loro nelle situazioni di difficoltà, come abbiamo visto lo scorso anno quando ha cominciato i prezzi sul mercato del gas. Non ci ha sorpreso, forse perché abbiamo avuto più tempo per osservare da vicino cosa succede in Russia. I Paesi della nostra aerea erano piuttosto preoccupati: è una di quelle situazioni in cui vorresti sbagliare, e non ci consola sapere che avevamo ragione».

Bastano gli aiuti militari?
«È una questione delicata, forse sarebbe necessaria una No-fly zone per questioni umanitarie e per le centrali nucleari, perché la Russia combatte senza regole e può provocare un’enorme tragedia ecologica. Penso che dobbiamo fornire più assistenza possibile all’Ucraina, affinché si possa difendere e possa proteggere anche la sua popolazione russofona, che Putin sostiene di essere andato a salvare ma che invece bombarda. E poi le sanzioni: dobbiamo aumentare la pressione».

Come finirà questa guerra?
«Spero con una vittoria dell’Ucraina».

Corriere della Sera, 26 marzo 2022 (prima pagina, pag 19)

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