Primi segnali di dialogo concreto e contro-attacchi ucraini. Questi gli elementi di una giornata intensa. La Russia ha annunciato che ridurrà «drasticamente» la presenza attorno a Kiev e a Chernihiv, nel nord, per aumentare «la fiducia reciproca e arrivare a un accordo di pace». E secondo il ministero della Difesa ucraina, le prime unità avrebbero lasciato negli ultimi cinque giorni i quartieri a nordovest della capitale, rientrando verso la Bielorussia, da dove erano partite all’alba del 24 febbraio. Gli aggrediti possono andare fieri della loro lotta.

A Kiev ritengono però che potrebbe non essere una ritirata vera e propria, ma che l’esercito di Vladimir Putin abbia bisogno di riorganizzare e rimettere in sesto le unità che da un mese combattevano alle porte della capitale, senza riuscire a sfondare: ci sono buone possibilità, spiegano gli osservatori, che i russi stiano cercando di guadagnare tempo per mettere insieme le risorse necessarie all’offensiva. Tra i reparti riportati oltre confine aliquote della 35esima Armata e della 106esima divisione aviotrasportata. Altro dettaglio da considerare. La riduzione della pressione russa sulla capitale potrebbe permettere agli ucraini di andare in soccorso dello schieramento nelle zone meridionali del Paese, settore dove il nemico rappresenta una minaccia costante. Vedremo — come indica l’analista Michael Kofman — se l’Armata farà mosse per costringere la resistenza a restare in zona. Infatti fonti Usa avvertono: quello russo non è un ritiro, bensì un ridispiegamento; ci aspettiamo nuove spinte in altri quadranti. La richiesta di fatti e non parole da parte dell’Occidente è giustificata. Perché la guerra è tutt’altro che finita.

I combattimenti restano intensi a Mariupol, dove il centro è ancora in mano ucraina, accerchiato da forze preponderanti, comprese formazioni cecene. Sembra che lunedì qui sia riapparso il loro leader Kadyrov. Nulla è mai certo sulle iniziative del despota, incline agli show propagandistici. Non cambia la situazione nel Donbass, dove la Difesa di Mosca ha detto nei giorni scorsi che avrebbe concentrato i propri sforzi, per questo continua a bersagliare le città con i missili a lunga gittata, un modo per incalzare i leader ucraini e al tempo stesso colpire gli obiettivi, militari o civili. Riemergono le voci su un possibile arrivo di mille mercenari russi della Wagner.

Le retrovie, anche rispetto all’annuncio negoziale, diventano sempre più importanti. Negli ultimi giorni, i russi hanno distrutto depositi di carburante in tutto il Paese, per complicare la logistica e — sostengono gli ucraini — per aggravare la crisi umanitaria: è successo a Kiev, Leopoli, Rivne, Zhytomyr, e Lutsk. La riduzione di scorte di carburante potrebbe incidere pesantemente sulle operazioni della resistenza, è un fattore da non trascurare. Ed è strano che non abbiano deciso di prendere di mira le grandi cisterne all’inizio dell’invasione. Forse pensavano che non era necessario. I «difensori» devono mantenere sicure le vie di comunicazione nella parte occidentale attraverso le quali arrivano missili e aiuti. La richiesta verso la Nato è continua. Anche Kiev deve pensare a come rivitalizzare il suo dispositivo sfiancato da settimane feroci. In questa sfida «alle spalle» c’è da segnalare un probabile nuovo sabotaggio della linea ferroviaria in Bielorussia, così fondamentale per garantire il transito di materiale bellico dalla Russia. Secondo informazioni — da verificare — sono cellule locali di bielorussi ad operare. Attività clandestine sulle quali è difficile raccogliere informazioni sicure anche per il blocco imposto dalle autorità di Minsk, costantemente a caccia di sabotatori.

I contrattacchi ucraini hanno avuto successo nei sobborghi della capitale, a Irpin, Bucha e Hostomel, dove si trova l’aeroporto in cui — la prima notte dell’offensiva — sbarcarono le truppe elitrasportate che dovevano uccidere il presidente Volodymyr Zelensky: invece fu una carneficina. Molto pesanti i vuoti patiti in queste settimane da un’unità di carri russi (4th Guard) nella regione di Trostyanets: ne sono stati distrutti 46 su 220, in particolare i T80. Immagini dalla cittadina mostrano i rottami sventrati, le torrette divelte dai missili, macerie e nel mezzo della piazza il monumento dedicato alla battaglia del 1943 che oppose formazione di tank sovietici e tedeschi. Su una rampa in cemento, con il cannone puntato verso l’alto, resiste il vecchio T34, un cimelio storico e ora un simbolo.

Corriere della Sera, 30 marzo 2022 (pag 12)

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