La Cia avrebbe fornito agli ucraini informazioni cruciali per contrastare la fase iniziale dell’invasione russa. Una soffiata che ha inciso sul conflitto. A metà gennaio, oltre un mese prima dell’offensiva, il direttore dell’agenzia William Burns ha compiuto una visita segreta a Kiev, rivelando a Volodymyr Zelensky i piani di Putin nel dettaglio. L’intelligence americana, secondo quanto racconta il Wall Street Journal, aveva raccolto elementi precisi sulle direttrici d’attacco e in particolare sull’assalto all’aeroporto di Hostomel, a nordovest di Kiev. A Washington sapevano che l’Armata sarebbe entrata da nord, dalla Bielorussia, e che avrebbe tentato di conquistare lo scalo con l’obiettivo di creare una testa di ponte e favorire l’afflusso di rinforzi con gli aerei. Indicazioni raccolte da fonti interne e dalle immagini satellitari.

Quando la notte del 24 febbraio le unità elitrasportate russe sono arrivate a Hostomel, all’aeroporto Antonov, ad aspettarle hanno trovato gli ucraini: la resistenza era preparata, la battaglia è stata cruenta e i russi hanno subito perdite pesanti nei reparti d’élite. Gli invasori si sono lanciati nel blitz senza una copertura adeguata e hanno perso alcuni velivoli. Inoltre, una colonna corazzata proveniente dall’area di Chernobyl è stata bloccata da artiglieria e anticarro.

L’apertura di una breccia a Hostomel probabilmente doveva sommarsi alle mosse di una quinta colonna, composta da collaborazionisti, che avrebbe dovuto favorire l’eliminazione del presidente o quanto meno costringerlo alla fuga. In quelle ore drammatiche, infatti, gli Stati Uniti offrirono a Zelensky una via d’uscita, per portarlo in salvo: il leader ucraino respinse però l’offerta, diventando il simbolo della resistenza. Il tentativo di «decapitazione» ricorda un’altra invasione, quella dei sovietici in Afghanistan, quando eliminarono, alla fine del dicembre 1979, il leader del regime Hafizullah Amin considerato non più affidabile.

Il viaggio di Burns a Kiev è stato una delle tante missioni condotte a partire dall’autunno per mettere in guardia gli alleati su quello che sarebbe accaduto, attività condotte in parallelo con il Pentagono. In un’altra, all’inizio di novembre, il direttore della Cia è volato proprio a Mosca per scoraggiare l’invasione che gli americani ritenevano imminente. Attraverso una linea protetta del Cremlino, Burns fu messo in contatto con Vladimir Putin, che in quel momento si trovava a Sochi: lo minacciò di sanzioni, ma lo Zar rispose che gli Stati Uniti avevano sempre ignorato le preoccupazioni russe sulla sicurezza e che l’Ucraina non era un vero Paese. E non negò le accuse.

Questo lavoro è andato avanti per mesi e ha coinvolto diplomatici, generali, spie, ma la pressione non ha dato risultati: gli alleati europei non hanno creduto agli allarmi e non sono riusciti a «rassicurare» Putin sulle ambizioni occidentali dell’Ucraina, mentre lo Zar ha proseguito per la sua strada dando luce verde ai battaglioni concentrati in Bielorussia e ha scatenato il conflitto. Il viaggio di Burns, però, conferma il ruolo cruciale che ha avuto l’intelligence di Washington: innanzitutto nel neutralizzare l’attacco di Hostomel, che ha impedito ai russi di entrare a Kiev, e poi nell’aiutare — con armi, addestramento e informazioni — la resistenza ucraina.

Un sostegno cominciato già nel 2015, quando le forze speciali e i paramilitari della Cia hanno avviato un programma per addestrare le truppe ucraine andato avanti per anni e terminato solo quando l’invasione russe è diventata imminente. Gli americani hanno insegnato agli ucraini a comunicare in modo protetto, le tattiche di guerriglia e tiro di precisione, i metodi per colpire e sottrarsi al fuoco avversario con azioni rapide, l’uso dei Javelin e di altri missili anti-carro, come schivare il tracking digitale effettuato dai russi per impedire loro di localizzare le truppe e colpirle con attacchi d’artiglieria: tutte tattiche che si sono rivelate decisive durante il conflitto.

Dopo l’aggressione, poi, gli Stati Uniti hanno fornito a Kiev un flusso continuo di informazioni: foto satellitari, intercettazioni, indicazioni precise sulle mosse dell’avversario, a cominciare proprio dalla conquista di Hostomel che, fallendo, ha fatto naufragare anche il piano A dell’esercito russo. Questi dati, aveva precisato il sito The Intercept, non sono grezzi, ma già studiati e utilizzabili con maggiore efficacia. Una «pipeline» di informazioni che si è rivelata decisiva, come dimostra il caso dell’aeroporto Antonov.

È possibile che l’Armata abbia commesso degli errori nell’esecuzione del blitz, o che abbia sottovalutato il nemico pensando che si sarebbe arreso. Sicuramente, però, non avevano messo in conto la preparazione dei difensori nel momento più complicato: d’altronde, come ha confermato un paio di settimane fa il generale Scott Berrier, direttore della Dia, la collaborazione dell’intelligence con gli ucraini è stata «rivoluzionaria».

In questa storia c’è infine spazio per il dittatore ceceno Kadyrov. A Hostomel, dopo la carneficina della prima notte, sono arrivati suoi miliziani e hanno pagato un prezzo alto. La presenza doveva servire anche ai fini della propaganda, con il leader che ha diffuso un video per accreditare una presunta visita allo scalo: il filmato è stato ritenuto poco attendibile, ma confermava l’investimento «politico». Ora il dittatore schiuma rabbia, è infuriato perché Mosca avrebbe deciso di concentrarsi nel sud dell’Ucraina.

Corriere della Sera, 3 aprile 2022

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