Metà gennaio. Gelo, tamburi di guerra e scetticismo. Il direttore della Cia William Burns compie una visita segreta a Kiev, un viaggio inusuale e urgente per raccontare al presidente Volodymyr Zelensky ciò che i suoi agenti hanno scoperto: le possibili direttrici dell’invasione russa. L’intelligence, grazie a fonti di alto livello e ricognizioni satellitari, ha una mappa precisa di quello che potrebbe accadere. E cala le carte. Tra le informazioni ve ne è una importante, che riguarda l’aeroporto di Hostomel, a nord-ovest della capitale: l’Armata entrerà con i suoi battaglioni dalla Bielorussia, ma una task force aerotrasportata cercherà di impadronirsi dello scalo con l’obiettivo di creare una testa di ponte per favorire il successivo afflusso dei rinforzi necessari per una puntata su Kiev.

Quando la notte del 24 febbraio le unità elitrasportate russe sono arrivate a Hostomel, all’aeroporto Antonov, ad aspettarle hanno trovato gli ucraini: la resistenza era preparata, la battaglia è stata cruenta e i russi hanno subito perdite pesanti nei reparti d’élite. Gli invasori si sono lanciati nel blitz senza una copertura adeguata, hanno perso numerosi velivoli: secondo una ricostruzione, sarebbero stati colpiti tre Ilyushin 76, che trasportavano dozzine di parà, e alcuni elicotteri. Inoltre, una colonna corazzata proveniente dall’area di Chernobyl è stata bloccata.

L’apertura di una breccia probabilmente doveva sommarsi alle mosse di una quinta colonna, composta da collaborazionisti, che avrebbe dovuto favorire l’eliminazione del presidente. In quelle ore drammatiche, infatti, gli Stati Uniti offrirono a Zelensky una via d’uscita, per portarlo in salvo: il leader ucraino respinse però la proposta, diventando il simbolo della resistenza. Il tentativo di «decapitazione» ricorda un’altra invasione, quella dei sovietici in Afghanistan, quando eliminarono, alla fine del dicembre 1979, il leader del regime Hafizullah Amin, considerato non più affidabile.

Il viaggio di Burns a Kiev — rivelato dal Wall Street Journal — è stato una delle tante missioni condotte a partire dall’autunno per mettere in guardia gli alleati su quello che sarebbe accaduto. In un’altra, all’inizio di novembre, il direttore della Cia è volato a Mosca per scoraggiare l’invasione che gli americani ritenevano imminente. Attraverso una linea protetta del Cremlino, Burns fu messo in contatto con Vladimir Putin, che in quel momento si trovava a Sochi: lo Zar rispose che l’Ucraina non era un vero Paese e non negò le accuse.

I particolari confermano il ruolo cruciale che ha avuto l’intelligence di Washington. La Cia ha aiutato — con armi, addestramento e informazioni — la resistenza ucraina. Un sostegno cominciato già nel 2015, quando gli americani hanno avviato un programma per addestrare gli ucraini, terminato solo quando l’invasione russa è diventata imminente.

Gli Usa hanno insegnato agli ucraini a comunicare in modo protetto, le tattiche di guerriglia e tiro di precisione, i metodi per colpire e sottrarsi al fuoco avversario con azioni rapide, come schivare il tracking digitale effettuato dai russi per impedire loro di localizzare le truppe e poi colpirle. Tattiche che si sono rivelate decisive durante il conflitto. Il flusso è proseguito durante l’aggressione, con le immagini dei satelliti-spia, le intercettazioni, il tracciamento dell’avversario. Tutto in tempo reale o quasi: dal nord di Kiev a Mariupol.

In questa storia c’è infine spazio anche per il dittatore ceceno Kadyrov. A Hostomel, dopo la carneficina della prima notte, sono arrivati suoi miliziani e hanno pagato un prezzo alto. La presenza doveva servire anche ai fini della propaganda, con il leader che ha diffuso un video per accreditare una presunta visita allo scalo: il filmato è stato ritenuto poco attendibile, ma confermava l’investimento «politico». Ora il dittatore è infuriato perché Mosca avrebbe deciso di concentrarsi nel sud dell’Ucraina.

Corriere della Sera, 4 aprile 2022 (pag 9)

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