Aumentano gli aiuti militari all’Ucraina e Mosca alza il livello della minaccia non escludendo azioni per fermare «armi più sensibili». Un monito consegnato attraverso i canali diplomatici e accompagnato da numerose incursioni.

I confini

L’avvertimento non sorprende. Tuttavia sarà cruciale comprendere quale possa essere il raggio d’azione di eventuali rappresaglie. Si limiteranno al territorio ucraino come è già avvenuto? Oppure Putin rilancerà la sfida prendendo di mira i paesi Nato? La seconda opzione può portare però ad un conflitto aperto. L’Alleanza, in questa fase, è decisa a sostenere Zelensky davanti alla possibile offensiva nel sud e compie passi concreti. Al tempo stesso, almeno a livello formale, alcune mosse sono attuate senza troppo clamore proprio per l’equilibrio precario della crisi. La lunga discussione se dare i tank e prima ancora i caccia (negati) a Kiev ne è la prova. Così come le prudenze di alcuni governi occidentali.

Ecco che l’affondamento del Moskva rischia di assumere un significato non solo simbolico: lo zar può usarlo come pretesto per sferrare altri attacchi mentre gli alleati sono tentati di ampliare l’arsenale della resistenza perché incoraggiati dai successi. Infatti nelle scorse ore sono piovuti altri missili nella zona della capitale: i russi hanno sostenuto di aver preso di mira una fabbrica di apparati anti-nave — sono i Neptune responsabili della fine della Moskva? — e nuclei di «mercenari polacchi».

Washington su alcuni episodi è rimasta su un profilo basso, quasi a non voler irritare sul piano pubblico il nemico. Ci riferiamo ai danni subiti da una nave da sbarco (centrata, forse, da un missile ucraino) e al raid di elicotteri contro un impianto petrolifero a Belgorod. Persino sul caso dell’ammiraglia gli americani, all’inizio, hanno fatto uscire notizie limitate evitando di sposare la tesi dell’attacco. Stranamente, nel messaggio minaccioso, Mosca fa riferimento a sistemi lanciamissili multipli che non sono mai apparsi nel pacchetto varato dall’Occidente.

I target

Mosca ha certamente creato il suo «banco bersagli». Nell’elenco ci sono le infrastrutture dove sono raccolte le armi in arrivo, sia dalla parte occidentale che nelle zone d’operazione. Quindi le vie di comunicazione: stradali e ferroviarie, i ponti, i punti di rifornimento. I treni entrano dal confine polacco e sono uno dei perni logistici. Ma insieme a questa linea ve ne sono almeno altre due: la prima riguarda un tracciato per i «merci» che arriva dalla parte sud della Polonia; la seconda entra dalla Slovacchia.

A questo proposito, informazioni raccolte dal New York Times rivelano che i convogli di treni slovacchi portano equipaggiamenti spediti anche da altri Stati che vogliono rimanere defilati. Si parla ad esempio dell’Ungheria che, ufficialmente, ha detto di opporsi all’assistenza militare. Come abbiamo già segnalato c’è sempre il rischio di sabotaggi. Nel 2014 la Repubblica Ceca è stata vittima di alcune esplosioni in depositi, «incidenti» poi attribuiti ad attività dei servizi segreti russi. La stessa cosa può verificarsi in Polonia e ovunque ci siano snodi di smistamento.

L’addestramento

Gli americani stanno sviluppando un programma di addestramento «diretto» per le forze ucraine nel continente europeo, ha confermato il Pentagono, per insegnare loro ad utilizzare le nuove armi inviate dagli alleati: in particolare i cannoni da 155mm, i radar anti-artiglieria e quelli Sentinel per la difesa area, ognuno dei quali necessitano di qualche giorno di training. «Stiamo ancora capendo le opzioni e il tipo di addestramento, quanti soldati americani saranno coinvolti, dove e quanto durerà», ha spiegato giovedì il portavoce del Pentagono John Kirby. «Crediamo però che possiamo studiare un programma appropriato molto, molto velocemente».

Gli Stati Uniti avevano finora inviato soltanto materiale di progettazione sovietica, simile o uguale a quello già in dotazione all’esercito di Kiev, poi avevano fatto un primo passo avanti inviando i droni-kamikaze Switchblade, che necessitano di un training di un paio di giorni: in quel caso era stata sfruttata la presenza di una dozzina di soldati ucraini sul territorio americano, arrivati per un’esercitazione congiunta programmata da tempo. A parte questo, l’unica informazione pubblica finora era il programma di addestramento della Cia in Ucraina, cominciato nel 2015 e terminato — almeno ufficialmente — poco prima dell’invasione russa, quando erano stati evacuati circa 200 membri della Guardia nazionale della Florida.

Già durante il viaggio di fine marzo in Europa, però, il presidente Joe Biden aveva alluso ad un presunto addestramento che i soldati della 82nd Airborne di stanza nella base polacca Nowa Deba — a 50 chilometri dalla base e dall’aeroporto di Rzeszow, 140 dal confine ucraino e circa 200 da Leopoli — stavano garantendo alla resistenza. Gli stessi militari avevano allestito un campo a Przemsyl, a 6 chilometri dalla frontiera, un paio di giorni prima dell’invasione russa, mentre tende e mezzi americani erano visibili nello scalo cargo di Mielec, a 30 chilometri dalla base di Nowa Deba.

«Credo che l’obiettivo sarà di utilizzare le truppe che sono già sul campo», ha precisato il portavoce Kirby, riferendosi ai 100 mila soldati americani dislocati fra Europa e Paesi baltici che dovrebbero fornire l’addestramento. Dal 2015, gli Stati Uniti — insieme a Polonia, Canada, Lituania e Gran Bretagna — avevano cominciato anche un programma nella base ucraina di Yavoriv, quella a 25 chilometri dal confine polacco colpita dai russi il 13 marzo: il Joint Multinational Training Group, studiato per addestrare i battaglioni ucraini.

A Lublino — a un centinaio di chilometri dal confine ucraino e circa 200 da Leopoli e Lutsk — sono inoltre di stanza i soldati della brigata multinazionale lituana-polacco-ucraina, creata nel 2009 e operativa dal 2015: mercoledì, mentre il marito Andrzej Duda si recava a Kiev con i leader baltici, la first lady polacca Agata Kornhauser-Duda ha visitato il quartier generale della brigata del Triangolo di Lublino, ringraziando i soldati per il loro impegno verso i rifugiati.

Corriere della Sera, 15 aprile 2022 (pag 3 del 16 aprile)

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