Nella guerra ucraina è il giorno delle «bombe»: dopo quelle vere, sganciate a tonnellate dall’inizio del conflitto, aleggia ora lo spettro di quelle non convenzionali e di quelle dalla grande capacità distruttiva. Le conseguenze «imprevedibili» promesse dalla Russia nel caso gli Stati Uniti e gli alleati della Nato continuino a fornire armi all’Ucraina hanno riportato la minaccia nucleare al centro del conflitto. Venerdì, in un’intervista alla Cnn, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha messo in guardia la comunità internazionale, sostenendo che l’esercito russo potrebbe usare armi nucleari. «Non ho paura, ma intendo essere preparato», ha detto. «Questo problema però non è solo dell’Ucraina, è del mondo intero». Anche il direttore della Cia William Burns ha sostenuto che «non bisogna prendere alla leggera il possibile ricorso di Putin alle armi nucleari». Dopo aver lanciato l’allarme, tuttavia, sia da Washington che da Kiev chiariscono che, al momento, non ci sono avvisaglie concrete di un attacco nucleare. «Per ora — ha affermato Burns — non vediamo segnali in questa direzione».

All’inizio del conflitto, il 27 febbraio, Putin aveva messo in allerta il sistema difensivo nucleare russo, mentre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva detto che, «nel caso di minaccia alla sicurezza nazionale», la Russia potrebbe usare «le forze di deterrenza nucleare». Quel gesto era stato interpretato però più come una mossa a effetto che come una reale minaccia, tanto che lo stesso ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov l’aveva sminuito nei giorni successivi. Sebbene non abbia notato nessun movimento che possa rinforzare la preoccupazione, il direttore della Cia spiega che l’agenzia monitora con attenzione e che questa è la principale responsabilità dei suoi uomini: gli insuccessi militari e una «potenziale disperazione», afferma, potrebbero spingere Vladimir Putin a utilizzare in Ucraina armi nucleari tattiche, meno potenti ma comunque devastanti.

A differenza dalle armi nucleari «strategiche» della Guerra fredda, con cui Stati Uniti e Russia potevano colpirsi a vicenda sparando direttamente dal proprio territorio e che erano usate come deterrente, quelle tattiche hanno una gittata minore e colpiscono su distanze più brevi. Sono ordigni più piccoli rispetto a quelli classici, con un raggio d’azione limitato, di circa un chilometro e mezzo, da usare in battaglia se l’Armata non dovesse riuscire a vincere con le armi convenzionali. Questa opzione, molto meno distruttiva rispetto alla bomba sganciata su Hiroshima, potrebbe anche essere un modo per «convincere» l’avversario a desistere, per provocare una «de-escalation» attraverso una «escalation»: è un’opzione tipica della dottrina militare russa, come nota lo stesso Burns.

I russi ne hanno circa 2 mila nei depositi, non pronte all’uso, ma anche i Paesi europei ne hanno un centinaio, stoccate in diverse basi, comprese quelle italiane di Ghedi e di Aviano. L’esercito russo può usare due sistemi per lanciarle: i missili Kalibr, lunghi 6,2 metri e sparati da terra o dal mare, che hanno una gittata di 1.500/2.500 chilometri, e il sistema Iskander-M, che parte da terra e ha una gittata di 400-500 chilometri. Esistono numerosi esemplari di armi tattiche nucleari, variano molto per grandezza e potenza: la carica della più piccola può arrivare a un chilotone, ovvero l’equivalente di mille tonnellate di Tnt, la più grande anche a 100 chilotoni. Gli effetti cambiano a seconda della taglia e del luogo della detonazione: quella che uccise 146 mila persone a Hiroshima, Little Boy, aveva una carica di 15 chilotoni.

Più probabile, al momento, che i russi sgancino una «super bomba» Fab-3000 su Mariupol, come sembrerebbero suggerire immagini non confermate diffuse nell’ultima settimana sui social network, che mostrano alcuni ordigni vicini ai bombardieri Tu-22M russi. Di progettazione sovietica, commissionata nel 1946, la Fab-3000 pesa 3 tonnellate — 3 mila chili appunto — e ha una massa esplosiva di 1.400 chili: ha un raggio di distruzione di circa 50 metri, ma i frammenti possono raggiungere i 260, ed è concepita per distruggere aree industriali, urbane e portuali. È possibile che i russi vogliano usarla per colpire il porto di Mariupol e l’acciaieria Azovstal, nei cui tunnel sotterranei resta asserragliata la resistenza che difende la città da quasi due mesi.

È un’arma potente ma convenzionale, anti-bunker, già usata dall’Urss in Afghanistan negli anni Ottanta. Da allora era rimasta nei depositi militari, dove i russi l’avrebbero recuperata proprio per l’operazione «speciale» di Putin in Ucraina. Gli americani ne avevano usata una similela Moab, la madre di tutte le bombe — sempre in Afghanistan, per mandare un doppio messaggio: uno ai talebani, l’altro a Iran e Corea del Nord che proteggevano nei bunker il loro materiale strategico. Di certo, il possibile ricorso alla «super bomba» da parte dei russi è un segnale di cosa dobbiamo attenderci dalla seconda fase della guerra: una pioggia di missili, di qualsiasi tipo, rovesciata sulla testa degli ucraini, senza grande distinzione fra obiettivi militari e civili. È la strategia classica dell’Armata di Putin.

Corriere della Sera, 16 aprile 2022 (pag 7 del 17 aprile)

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