Per Mariupol è questione di giorni, se non di ore. La caduta della città portuale affacciata sul Mar d’Azov è stata annunciata a lungo, ma stavolta sembrerebbe ormai imminente, dopo un assedio durato oltre 50 giorni, tanto che i colpi scambiati fra Mosca e Kiev sono ormai soltanto sulla pelle dei difensori: la Difesa russa minaccia di «eliminare» tutti coloro che continueranno a opporre resistenza, il presidente ucraino Zelensky risponde che, dovessero morire gli uomini asserragliati nei tunnel sotterranei delle acciaierie Azovstal, non ci saranno più negoziati pace. Per i russi, in ogni caso, la conquista di Mariupol sarà la prima vittoria ottenuta nel corso dell’operazione militare «speciale» ordinata da Vladimir Putin.

La città era uno degli obiettivi principali dello Zar, soprattutto perché permetterà di aprire un passaggio via terra fra la Crimea, annessa militarmente nel 2014, e il Donbass, per lo più controllato dai separatisti filorussi, e quindi alla madre patria. Dopo l’annessione, la penisola era collegata infatti soltanto attraverso un ponte costruito sullo stretto di Kerch dall’oligarca Arkadij Rotenberg, compagno di judo di Putin e suo stretto confidente, costato quasi 3 miliardi di euro. La conquista di Mariupol avrebbe quindi un’importanza strategica fondamentale, e soprattutto darebbe ai russi il controllo del Mar d’Azov e dell’80% della costa ucraina del Mar Nero, limitando enormemente il commercio marittimo di Kiev.

Per questo la città è stata colpita ininterrottamente per quasi due mesi, bombardata con artiglieria, razzi e missili che hanno distrutto oltre il 90% della città e non hanno fatto distinzione fra obiettivi militari e civili: un assedio quasi medievale che ha provocato, secondo alcune stime, oltre 20 mila vittime. Chi si è salvato — circa 200 mila persone sarebbero ancora bloccate in città — è rimasto comunque senza acqua, elettricità, cibo e medicine già dai primi giorni dell’offensiva, impossibilitato a fuggire perché i russi negavano i corridoi umanitari, oppure li bombardavano.

Le truppe di Putin hanno da tempo circondato la città e conquistano posizioni verso il centro, e verosimilmente continueranno a bombardare finché gli ucraini non si arrenderanno, o moriranno. Una volta caduta Mariupol, circa 6 mila uomini impiegati nell’assedio potranno essere trasferiti a combattere su altri fronti: a est, dove potrebbero servire a circondare e distruggere le forze armate ucraine che combattono contro i separatisti del Donbass; a ovest, per conquistare Odessa, l’ultima roccaforte ucraina sul Mar Nero; oppure a nordovest, verso Dnipro.

La perdita di Mariupol avrà un effetto devastante anche sull’economia ucraina, nota la Bbc: qui ha sede l’Azovstal, il polo siderurgico bombardato a metà marzo e già colpito dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, e dal grande porto cittadino partivano i carichi di acciaio, carbone e granturco diretti in Medio Oriente. I russi cercavano di conquistarla da 8 anni, e per questo l’hanno colpita con crudeltà. La caduta della città, oltretutto, offre anche una grande opportunità di propaganda: a Mariupol ha sede il reggimento ultranazionalista Azov, i cui membri sono accusati dai russi di essere neonazisti e la cui cattura — da vivi o da morti — sarà celebrata sui media di Stato russi.

Dopo la sconfitta nel nord e il duro colpo rappresentato dalla perdita della Moskva, quindi, la conquista di Mariupol darebbe uno slancio al morale delle truppe di Putin, finora sfiancate nel fisico e nella mente dalla battaglia, e anche alla popolazione che segue l’operazione «speciale» da casa sui media della propaganda. Senza dimenticare che la campagna militare avrebbe una data di «scadenza», almeno secondo l’intelligence ucraina: il 9 maggio, quando in Russia si festeggia la Festa della Vittoria, ovvero la sconfitta del nazismo, e magari — quest’anno — sarà rivendicata anche la «liberazione» del Donbass.

Corriere della Sera, 17 aprile 2022

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