Questa mattina i russi sono tornati a colpire numerose città ucraine, a cominciare da Leopoli, nell’ovest, il cui centro era stato finora risparmiato dai colpi dell’esercito di Vladimir Putin. Quattro missili avrebbero raggiunto edifici militari, ma anche un gommista e forse la stazione: secondo il sindaco, le vittime sarebbero 7 — i primi civili morti in città — e diversi i feriti. Leopoli è uno snodo fondamentale per gli aiuti militari e umanitari in arrivo dall’Occidente, e Mosca potrebbe aver cercato di intercettare le forniture di armi, come aveva minacciato di fare nei giorni scorsi promettendo «conseguenze imprevedibili» se il flusso non si fosse fermato: non a caso, la Difesa russa sostiene di aver colpito nella notte 315 obiettivi militari e di aver abbattuto tre aerei ucraini, due Mig-29 e un Su-25.

I missili a lungo raggio che hanno colpito le città ucraine sarebbero stati sparati dal Mar Nero o, come sostengono funzionari ucraini, da aerei che si trovavano verso il Mar Caspio. Esplosioni sono state registrate anche a Kiev, che stava tornando alla normalità dopo la ritirata russa di fine marzo, a Kharkiv, dove sono state uccise 3 persone, a Dnipro, dove è stata colpita la stazione, a Mykolaiv, mentre a Mariupol continua l’assedio. La caduta della città è stata annunciata per settimane, ma questa volta potrebbe essere imminente: la resa potrebbe avvenire a giorni, se non a ore, anche se la resistenza continua a impegnare le risorse russe e rallentare l’avanzata. Gli uomini di Putin continuano a colpire e intanto hanno chiuso le strade in entrata e in uscita, consegnando un pass per i movimenti a chi ancora si trova in città.

Negli ultimi giorni i russi hanno intensificato i bombardamenti, una tattica classica dell’Armata ma anche una reazione rabbiosa all’affondamento della Moskva, l’ammiraglia della flotta russa centrata giovedì dai Neptune ucraini e colata a picco il giorno successivo. All’umiliazione di Mosca, quindi, è seguita la rappresaglia violenta. Mentre colpiscono a ovest, le truppe di Putin starebbero intanto ultimando il raggruppamento a est, sostengono le forze armate ucraine, creando una formazione «aggressiva» nella parte orientale del Paese: continuano a bloccare Kharkiv, a colpire le regioni di Donetsk e Lugansk, a puntare il centro amministrativo di Kherson. In combattimento sarebbe morto però un altro generale, Vladimir Frolov, responsabile dell’Ottava armata: sarebbe l’ottavo.

«Le forze russe in via di schieramento nell’est dell’Ucraina continuano ad avere problemi di morale e approvvigionamento e sembra improbabile che intendano o siano in grado di condurre una grande ondata offensiva nei prossimi giorni», scrive l’Institute for the Study of War. La caduta di Mariupol potrebbe però dare slancio morale e permettere a Mosca di impiegare migliaia di uomini su altri fronti. Il generale Mark Hertling, ex comandante delle truppe americane in Europa, ha tracciato un suo scenario su uomini e manovre delle prossime settimane. I russi sono guidati dal generale Alexandr Dvornikov, responsabile del distretto sud dal 2016, carriera in fanteria, esperienza in Cecenia e Siria (2015), dove ha applicato spesso il sistema della «terra bruciata»: conosce la «guerra urbana» ma è poco abituato a operazioni congiunte su larga scala.

Ora lo attendono tre missioni:

1) la rigenerazione dei reparti, compito non sempre facile perché i rimpiazzi potrebbero non essere all’altezza;

2) la logistica, il tallone d’Achille dell’Armata, anche se ora le linee sono più corte;

3) il concentramento di forze nelle aree in cui le artiglierie e i tank dovranno scatenare uno sbarramento di fuoco, tecnica nei quali i russi sono stati sempre degli esperti. In questi giorni il flusso di materiale di questo tipo è stato evidente.

Hertling, però, avverte: non conta quanto sia bravo un generale, ci vuole tempo per integrare riserve e reclute nel nuovo dispositivo d’assalto. Dvornikov deve inoltre risolvere i problemi nella catena di comando, già emersi all’inizio: serve un’interazione perfetta fra vertice e ufficiali delle singole unità. Il coordinamento detta le regole, senza dimenticare che dall’inizio del conflitto Mosca ha perso alti gradi e quadri di esperienza: sarebbero il 20% delle vittime secondo una stima della Bbc. Un altro esperto, l’australiano Mick Ryan, è ancora più negativo sulle capacità dello Stato Maggiore nell’adattarsi a quanto emerso dal campo di battaglia, ma ritiene che sia migliorato l’intervento dell’aviazione, con maggiore supporto alle unità a terra.

Non meno arduo è il compito degli ucraini. Devono contare su un contingente flessibile, altamente mobile, per sottrarsi ai bombardamenti massicci. Sarà necessaria una forza di reazione rapida da usare per tamponare le possibili brecce nella linea di difesa. Devono quindi disporre di una logistica leggera ma efficace. Per questo sono da preferire mezzi ruotati, magari dotati di sistemi anti-tank, ai cingolati, mentre i soldati devono essere bene addestrati all’uso dei Javelin anti-carro, dei droni-kamikaze Swicthblade e delle altre armi fornite dagli occidentali, come l’anti-carro NLaw britannico per il quale le forze speciali di Londra stanno fornendo training nell’area di Kiev. Fondamentale è l’impiego di radar «dedicati» all’individuazione dei cannoni nemici: ne sono stati spediti alcuni, certamente non paiono sufficienti ai giorni duri che attendono i «difensori».

La seconda fase — dopo il martellamento da parte dei russi con lunghi calibri, missili e razzi — vedrà grandi combattimenti per il controllo di snodi stradali, di alcune località strategiche, dei guadi dei fiumi e dei ponti. Il focus sarà su Izyum, Sloviansk, Kramatorsk, Horlivka e qualsiasi area dove i contendenti proveranno a sfondare, accerchiare, condurre manovre. Le battaglie non saranno più nelle strade o nei sobborghi delle grandi città, come successo a Kiev, Kharkiv e nella stessa Mariupol: le truppe si affronteranno nelle fattorie e nei campi sterminati rappresentati dal giallo della bandiera ucraina, e questo comporterà anche l’uso di armi — e strategie — diverse.

«Ora assisteremo a una battaglia di manovra convenzionale e molto letale, con i russi che cercheranno di attaccare le posizioni fisse degli ucraini in un territorio molto aperto», ha spiegato al New York Times l’ex comandante dell’esercito americano in Europa, Ben Hodges, il generale della «profezia» dei 10 giorni. Gli spazi aperti potrebbero avvantaggiare le truppe russe, circa 40 mila soldati, che hanno armi migliori e più potenti, ma gli ucraini — nell’est c’erano 30 mila uomini al momento dell’invasione — possono colpirle dalle trincee mentre avanzano, sfruttando anche la migliore conoscenza del territorio, o con i blitz di piccole unità che sono stati estremamente efficaci al nord. Per resistere, però, hanno però bisogno di armi, in particolare artiglieria a lungo raggio e sistemi lanciarazzi multipli.

I russi, spiega l’ex generale australiano Ryan, hanno a questo punto due opzioni per raggiungere gli obiettivi strategici.

La prima è quella «go big», ovvero ambiziosa, che prevede il doppio accerchiamento delle forze ucraine nell’est, avanzando verso Dnipro da nordest e da sud, continuando al tempo stesso a combattere nel Donbass per ottenere il pieno controllo delle regioni separatiste: in questo caso, l’obiettivo finale è la conquista di tutto il territorio a est del fiume Dnipro e la distruzione della territoriale ucraina, e rappresenterebbe una vittoria politica e militare significativa per Putin.

• La seconda opzione è un approccio «minimalista»
: un accerchiamento più moderato, ingaggiando le forze ucraine in particolare nelle regioni di Donetsk e Lugansk, e contemporaneamente avanzare da nordest e da sud per guadagnare il controllo del territorio a est della linea che congiunge Izyum e Mariupol. Così i russi prenderebbero le due regioni separatiste, che provano a conquistare già dal 2014 e che restano l’obiettivo principale di questa guerra. Se gli uomini di Putin ci riusciranno, avranno anche ridotto significativamente la capacità dell’esercito ucraino, che nella regione schiera le forze migliori.

L’opzione più probabile, sostiene Ryan, è la seconda, che potrebbe bastare a soddisfare la «teoria della vittoria» rimodellata dello Zar dopo la sconfitta nel nord. Tuttavia, sostiene l’ex generale, bisogna sempre tenere conto delle variabili, che in battaglia non sono poche: le controffensive ucraine che possono far saltare i piani russi, come è già accaduto in questi giorni nel Donbass, dove le truppe di Kiev stanno provando a tagliare le linee di rifornimento avversarie a est di Kharkiv; la caduta di Mariupol; la logistica; il ruolo delle forze russe nel sud mentre si combatte a est; i piani di riserva di Mosca. Ognuna di queste eventualità può cambiare il destino del conflitto, in un verso o nell’altro.

Corriere della Sera, 18 aprile 2022

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