L’ordine di Putin di evitare l’assalto finale all’acciaieria di Mariupol è legato, in apparenza, alla volontà di evitare altre perdite. Ed è una conferma di come il combattimento urbano presenti grandi difficoltà. Tenendo però a mente un particolare: il neo-zar può sempre cambiare idea. Le parole usate dal ministro della Difesa russo Sergei Shoigu nell’incontro con Vladimir Putin spiegano alla perfezione la tattica della resistenza a Mariupol, che hanno complicato i piani russi.

I nazionalisti — ha affermato il generale — hanno trasformato quasi tutti gli edifici residenziali in punti di tiro, da dove potevano sparare a lungo. Ai piani terra hanno piazzato veicoli corazzati e artiglieria, a quelli superiori si sono installati i cecchini. Quindi hanno impiegato distaccamenti separati dotati di armi contro-carro. Secondo l’alto ufficiale c’erano civili nei piani intermedi e nei sotterranei, oltre ad ampie scorte di munizioni, carburante e cibo. Successivamente i combattenti si sono trincerati nell’area dello stabilimento Azovstal, diventata una roccaforte per circa 2 mila militari.

La descrizione conferma la complessità e i rischi di andare a stanare i nemici che hanno tramutato la città in fortezza, applicando le regole-non-regole del combattimento «urbano». In queste circostanze la difesa ha un vantaggio, in quanto può sfruttare le strutture e gli spazi ridotti. Può organizzare imboscate, decidere dove attendere gli «esploratori» e qui concentrare il fuoco di mortai, di tiratori scelti, di uomini dotati di missili anti-tank: una missione favorita dalla conoscenza delle strade, dei magazzini, di ogni angolo.

L’esperto di guerriglia urbana John Spencer ha paragonato questo teatro operativo ad una giungla, dove al posto degli alberi ci sono strutture in muratura. Anche le macerie provocate dalle esplosioni diventano un alleato della resistenza in quanto creano a loro volta nascondigli, cavità, perfino cunicoli. Nuclei di uomini sono in grado di fermare colonne, possono prendere alle spalle reparti, ingaggiare blindati da «nidi» ben mimetizzati. Altri sbucano dai tunnel, dalla rete fognaria, da un supermarket in apparenza abbandonato e spettrale. Nel caso dell’acciaieria di Mariupol ci sono poi gallerie lunghissime, su più livelli, risalenti all’era sovietica e tramutate in retrovie e luoghi di riparo.

Il centro abitato, con i suoi casermoni dai muri spessi, ha moltiplicato gli ostacoli, le linee di difesa. Diversi video hanno mostrato le trappole tese dagli ucraini: hanno usato squadre ridotte, ma anche blindati, quindi hanno ripiegato su una lotta a oltranza usando le abitazioni come trincee. Sempre i filmati hanno documentato le bordate indiscriminate dei corazzati russi per neutralizzare possibili minacce, cannonate che hanno sventrato la città senza però riuscire a piegare gli irriducibili. Del resto è una sfida in cui l’aviazione ha avuto un impatto limitato e l’intelligence una «visuale» ridotta: la ricognizione aerea non è sufficiente, chi è trincerato ha la possibilità di usare trucchi ed espedienti per nascondersi, è difficile anche fornire indicazioni per colpire da lontano.

Se le «barricate» tengono, la soluzione può essere quella di spianare, usare esplosivo in modo indiscriminato, scavare trincee che si avvicinino al target: servono creatività e adattamento, ma le stesse distruzioni, come detto, possono tramutarsi in difese per la resistenza. Ecco perché il Cremlino ha deciso per ora di usare la tecnica dell’assedio, aspettando che i difensori finiscano le ultime scorte.

C’è poi un aspetto più «segreto». Nonostante la località portuale fosse circondata, Kiev è riuscita ad inviare del materiale. Si è parlato dell’azione di elicotteri, ma anche di una sorta di «underground», una rete usata per muovere uomini e rifornimenti, forse anche attraverso gallerie. Lo confermerebbero immagini di armi occidentali donate all’Ucraina quando ormai Mariupol era isolata o quasi.

Corriere della Sera, 21 aprile 2022 (pag 6 del 22 aprile)

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