Roubjine, località dell’Ucraina orientale. Un ufficiale racconta all’inviato di Le Monde come il fuoco dell’artiglieria russa sia possente mentre i suoi uomini possono rispondere con una cadenza minore perché devono risparmiare sui proiettili. In alcuni settori non hanno neppure i lunghi calibri, aggiunge il nostro inviato Lorenzo Cremonesi. Sono testimonianze dal fronte che portano lontano. Kiev riceve molti armamenti, tuttavia ha una grande necessità di munizioni. E i «donatori» — come abbiamo spesso raccontato — si sono rivolti alla «fiera dell’Est», ossia a quei Paesi dell’Europa orientale che hanno materiale compatibile: Bulgaria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Macedonia del Nord. Tuttavia proprio perché l’Occidente sta spedendo i suoi mezzi — dai semoventi ai cannoni da 155 mm statunitensi — la resistenza dovrà cambiare «binario», effettuando una transizione verso i prodotti Nato: lo conferma lo stesso Ministro della Difesa ucraino in una nota per illustrare gli esiti del vertice di Ramstein, in Germania.

L’esercito proseguirà su questo sentiero, intensificando l’acquisizione di pezzi e l’addestramento. Un programma — sottolinea la resistenza — che non si ferma però agli aiuti, ma investe anche la produzione. È una decisione contingente e strategica, a sottolineare un lungo processo di integrazione: alla fine l’Ucraina potrebbe anche non entrare nella Nato, ma userà l’arsenale dell’Alleanza. Sempre a Ramstein è stato istituito un «centro» — parte di quello esistente — che agirà in modo permanente, con riunioni mensili per impostare la tabella di marcia. Se si vuole ad esempio costituire un reparto d’artiglieria, si cercherà di formarlo — se possibile — usando un cannone dello stesso tipo ma fornito da Stati diversi (ognuno ne può mettere a disposizione 4 o 5). Sembra scontato, ma non lo è, visto che non tutti offrono lo stesso equipaggiamento. In queste ore si è parlato molto dei Gepard anti-aerei tedeschi: la Germania avrebbe solo 30 mila proiettili, la Svizzera non è disposta a cedere parte dei suoi e allora hanno sondato il Brasile che ne avrebbe 300 mila.

Sono dettagli che ribadiscono come tutti si preparino ad un conflitto che potrebbero dilatarsi. Per l’esperto Gustav Gressel in questo momento gli invasori hanno guadagnato posizioni ad oriente grazie ad alcuni fattori. Le linee logistiche — il vero tallone d’Achille — sono più corte, c’è una buona rete ferroviaria, il territorio è amico e dunque le aree di supporto sono vicine. In apparenza lo Stato Maggiore ha deciso di dedicarsi a un obiettivo alla volta, per minimizzare le proprie perdite e aumentare quelle della resistenza. Dunque punta su un quadrante che deve diventare la piattaforma per la successiva progressione. Una sequenza che porta oltre la primavera, anzi si estende in teoria fino all’estate. È una ripetizione della strategia adottata in Siria — dove il comandante Alexandr Dvornikov ha guidato per un anno il contingente — che ha avuto una serie di passaggi dopo evidenti fallimenti: prima Palmira, poi Aleppo, infine la manovra verso Idlib, rimasta però in mano ai ribelli.

In parallelo, i russi hanno intensificato gli attacchi sistematici su ferrovie, stazioni, depositi, raffinerie, industria bellica ucraina nell’intendo di degradare il più possibile la capacità di produzione. E torniamo così all’emergenza munizioni: riemerge il principio di una guerra d’attrito lenta, inesorabile, devastante, che pesa su soldati e civili. Gli esperti dell’istituto britannico Rusi concordano sull’allungamento della campagna, insistono sul fatto che il Cremlino se vuole andare avanti deve trovare altre risorse — anche umane — e si soffermano su alcuni armamenti sofisticati usati dall’Armata. I missili da crociera Kalibr e altri ordigni contengono componenti di origine straniera, occidentale inclusa: se le sanzioni funzionano diventerà un problema procurarsele.

Corriere della Sera, 28 aprile 2022

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