Le ultime due «strane» esplosioni sono avvenute all’alba di lunedì a Belgorod, città russa a 39 chilometri dal confine con l’Ucraina, con il sindaco che si è affrettato a rassicurare i cittadini. Il giorno precedente, il Primo maggio, era stata colpita un’installazione militare nella stessa città di frontiera ed era stato danneggiato un ponte nei pressi di Kursk, a 170 chilometri dal confine, un incidente attribuito dal sindaco a un gesto doloso. Dall’inizio dell’invasione sono stati oltre 20 gli episodi avvenuti in Russia , per lo più nella regione di Belgorod, dove uomini e mezzi militari pattugliano le strade in cui — racconta il sito indipendente russo Meduza — sono spuntati ospedali da campo e scavate delle trincee. Quasi ogni giorno il governatore Vyacheslav Gladkov aggiorna sugli attacchi: il 1° aprile è stato colpito un deposito petrolifero della Rosneft, il 12 è stata danneggiata la linea ferroviaria a Shebekino, due giorni dopo un uomo di Zhuravlevka è stato ferito dalle schegge di un’esplosione.
Nella regione è stato dichiarato uno stato d’allerta giallo, che indica un’alta minaccia terroristica, ma questi episodi sono parte di quella che è definita una guerra di ombre: non sempre è chiaro il colpevole, a volte è sfuggente come una fantasma, altre reale come lo può essere un raid militare. Come quello — mai rivendicato dagli ucraini — del 25 aprile a Bryansk, a un centinaio di chilometri dal confine, quando due incendi sono divampati nei depositi di carburante della Rosneft, da cui parte il greggio che, attraverso l’Oleodotto dell’amicizia, arriva in Europa. In successione sono stati presi di mira basi, villaggi, depositi di munizioni, infrastrutture. A colpire sono droni di fabbricazione turca, elicotteri, missili e probabilmente — questa è la parte più coperta — forze speciali infiltratesi dietro le linee. I russi sono riusciti ad abbattere un paio di velivoli, con le foto dei rottami pubblicate in rete da semplici cittadini.
Mosca ha reagito in modo diverso a seconda delle situazioni: ha incassato il colpo, ha negato, ha accusato il nemico, ha ipotizzato la casualità. Un esperto britannico, con molto pragmatismo, ha riconosciuto due aspetti: l’incuria e la corruzione possono certamente essere all’origine di incidenti, tuttavia quando si assiste a una serie ripetuta è difficile pensare che sia solo il destino avverso. Kiev si è «accomodata» — per scelta e interesse — a specchio. Ha accusato, inizialmente, il nemico di provocazioni. Poi progressivamente ha lasciato intendere di essere coinvolta, ha ironizzato citando il «karma negativo» mentre il capo dello staff di Zelensky ha parlato di «ambiguità strategica», ossia non confermano né smentiscono. Una linea incoraggiata dal sostegno aperto della Gran Bretagna e persino della Germania, per le quali la resistenza ha il diritto di assestare fendenti ovunque.
I giganteschi «funghi» di fumo che si alzano sulle località della Russia finiscono per essere interpretate come le prove di difficoltà profonde. Non importa il motivo scatenante: per gli analisti tutto questo dimostra che Mosca non riesce sigillare la madre patria, ha buchi negli apparati di sicurezza, lamenta guai nel personale e negli impianti. Anche perché alcuni roghi hanno riguardato centri lontani dall’area della crisi: ad esempio la grande esplosione avvenuta lunedì pomeriggio a Perm, a quasi 2 mila chilometri dall’Ucraina, che ha coinvolto un impianto per produzione di polvere da sparo che produce componenti per missili Grad e Smerch, oppure quella del 21 aprile a Tver, a 160 chilometri da Mosca, in un laboratorio che sviluppa missili. Gli ucraini, poi, possono «disturbare» l’invasore nel momento in cui rilancia la sua offensiva a oriente e a sud: incursioni simboliche e ad effetto, con possibili ripercussioni sulla rete logistica (carburante in particolare).
Il fronte interno risponde anche ai suggerimenti esterni che prevedevano il ricorso a piccoli nuclei di commandos. Istruttori americani, canadesi, britannici, polacchi e lituani hanno addestrato le Special Forces di Zelensky e le hanno anche dotate di equipaggiamenti adeguati al compito: militari e piloti di elicotteri sono in grado di agire con le tenebre grazie ai visori notturni, sono dotati di sistemi di comunicazione protetti, di apparati per poter ricevere dati di intelligence. Una componente umana che non esclude la presenza di consiglieri stranieri. I russi hanno usato la stessa lama. O hanno provato. Kiev ha arrestato numerosi alti ufficiali accusati di tradimento: uno lavorava allo Stato Maggiore, un gruppo invece doveva abbattere — secondo l’accusa — un aereo passeggeri in Bielorussia o Russia e far ricadere la responsabilità sull’Ucraina. Una situazione che riporta alla distruzione del jet malese nel luglio 2014, nella regione di Donetsk, attribuita ai filorussi.
Corriere della Sera, 2 maggio 2022 (pag 9 del 3 maggio)