È una gigantesca «rete da pesca», dal Baltico fino al Mar Nero: a gettarla sono gli aerei da sorveglianza occidentali, compresi quelli svedesi. È un dispositivo attivo da ben prima dell’invasione in Ucraina, ma diventato ora massiccio. Sono questi mezzi sofisticati a seguire i russi impegnati nelle operazioni belliche, le sentinelle del cielo: cercano di capire in anticipo quali siano le mosse, le direzioni, persino gli ordini impartiti da comando e ufficiali. Gli invasori si proteggono, reagiscono con il «jamming», ovvero tentano di disturbare l’attività. Le comunicazioni dell’Armata dovrebbero poi essere criptate, tuttavia sono stati frequenti i casi di dialoghi in chiaro tra i soldati, senza la dovuta protezione.

Lo schieramento è ampio. Velivoli a pilotaggio remoto — ossia droni, come i Global Hawk di base a Sigonella — e poi i ricognitori elettronici, dotati di sensori radar e di quelli per l’ascolto delle varie frequenze. La profondità degli apparati è significativa: un Awacs, uno dei radar volanti della Nato, riesce a vedere un elicottero a 400 chilometri di distanza, dunque bene all’interno dei confini dell’Ucraina, pur rimanendo al di fuori dello spazio aereo nazionale e agendo così in una cornice legittima.

«Mettendo insieme tutte queste informazioni si riesce ad avere il quadro della situazione, perché con questi sistemi si ascoltano le telefonate e si localizzano, così come si captano le comunicazioni radio e si individuano l’unità», spiega al Corriere il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore della Difesa italiana.

I dati sono poi confrontati con quelli contenuti nelle gigantesche «librerie» dell’alleanza: a ogni frequenza corrisponde un reparto, e così viene catalogato. Il volume di segnali può essere un insieme caotico da cui non si tira fuori nulla, perché quando hai troppo rischi di essere sommerso. Oggi però l’informatica fornisce dei vantaggi: esistono software che assorbono le informazioni, le elaborano e poi forniscono la situazione tattica sul terreno, con quello che sta accadendo e quello che probabilmente accadrà.

«Le faccio un esempio, quello del caccia F-35», dice il generale Camporini. «Ricordo una conversazione che ebbi con il capo di Stato maggiore dell’aeronautica israeliana quando avevano appena ricevuto i primi quattro esemplari dell’F-35. “Scordati di tutto quello che hai fatto in passato come pilota”, mi ha detto. “Io do motore, sollevo l’aeroplano da terra, tiro dentro il carrello e davanti a me ho tutta la situazione tattica del Medio Oriente nei minimi dettagli, ma solo quello che mi serve in modo tale che io non venga confuso da queste informazioni”».

Questo lo si fa a bordo di un jet: è facile quindi immaginare le prestazioni degli apparati a terra a disposizione della Nato. «Diciamo che si sa esattamente cosa sta accadendo oggi in Ucraina, per filo e per segno», prosegue il generale. Naturalmente questo comporta che la «conoscenza» sia rivelata con prudenza, per evitare che anche l’avversario ne possa trarre giovamento: viene detto soltanto ciò che non mette a rischio le operazioni degli ucraini. L’insieme di questa attività aerea è poi integrata da una componente fondamentale rappresentata dai satelliti.

In questi giorni è stato spesso ipotizzato un supporto dell’Alleanza ad alcune azioni delle forze di Kiev: dall’attacco al Moskva al possibile tentativo di eliminare il capo di Stato Maggiore russo, il generale Valerij Gerasimov, a Izyum, magari seguendo le sue tracce elettroniche. «Sono ovviamente supposizioni, perché nessuno di noi ha informazioni dirette», spiega Camporini. «È possibile che l’arrivo dell’alto ufficiale sia stato anticipato da una comunicazione della sua scorta ed è altrettanto possibile che quella chiamata sia arrivata, per così dire, fino in Occidente».

Una volta che i movimenti del target sono noti, «se io ho un sistema d’attacco sufficientemente preciso — come gli armamenti disponibili in campo occidentale, a differenza di quelli russi che lo sono molto di meno — posso mirare con precisione a obiettivi di elevato valore», spiega Camporini. A Izyum gli ucraini avrebbero centrato il comando, uccidendo un altro generale: le informazioni, però, non sono mai immediate, spesso devono essere analizzate prima di essere riferite.

Secondo indiscrezioni americane, in alcuni casi c’è una differenza di 30-60 minuti nel passaggio delle soffiate: è allora inevitabile che possano esserci dei ritardi, che aiutano l’avversario. Come nel caso di Gerasimov: il generale, stando alle informazioni disponibili, è sfuggito per poco al tiro nemico.

Corriere della Sera, 3 maggio 2022

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