Il 9 maggio sarebbe dovuta finire l’operazione militare «speciale», nel giorno della festa della vittoria sul nazismo. Era una delle tesi fatte circolare — di cui persino il presidente ungherese Viktor Orbàn ha parlato con papa Francesco —tra speranze e auspici. La campagna invece è proseguita e quella scadenza storica è diventata un altro spartiacque, drammatico: il 9 maggio, hanno ipotizzato varie fonti, Vladimir Putin potrebbe dichiarare la «mobilitazione generale», accompagnata da una dichiarazione di guerra formale. Questa ipotesi è stata esclusa oggi dallo stesso Cremlino — è una notizia infondata, hanno detto — e da diversi esperti, secondo i quali il presidente russo non ha bisogno di una grande mobilitazione per dichiarare vittoria in casa: già a questo punto, sostiene ad esempio l’analista Dmitri Alperovitch, può sostenere di aver «demilitarizzato» e «denazificato» l’Ucraina, avendone distrutto l’infrastruttura militare e il battaglione Azov, e di aver protetto la popolazione russofona in Donbass e Crimea.

La smentita del Cremlino vale però fino ad un certo punto
. Mosca aveva ripetutamente escluso persino di voler invadere l’Ucraina: negazione cancellata dal rombo dei tank. Chi non si fida guarda con timore all’esercitazione su larga scala cominciata questa mattina dalla Bielorussia che intende testare «la preparazione dell’esercito per il combattimento». Le manovre — seguite alla telefonata di martedì fra Putin e il fedele alleato Lukashenko — non sono una minaccia per Kiev, sostiene la Difesa bielorussa, ma le parole giunte da Minsk non bastano a rassicurare gli ucraini. Già prima dell’invasione le truppe del neo-zar avevano condotto movimenti congiunti con quelle di Lukashenko, e poi da lì — all’alba del 24 febbraio — erano entrate in Ucraina.

Lo scenario di un intervento diretto bielorusso, finora, non si è realizzato perché — almeno secondo il Pentagonoil leader non sarebbe abbastanza forte internamente da esporsi personalmente: il «babbo» — così ama farsi chiamare dal suo popolo — avrebbe paura del dissenso che già nel 2020 aveva portato in piazza migliaia di persone per protestare contro la sua rielezione denunciando brogli, proteste represse con la forza. Di certo, però, la Bielorussia è una retrovia strategica per l’Armata di Putin: oltre ad aver agito come base di partenza per le colonne di Mosca, è stata usata anche per la rotazione delle truppe nel nord dell’Ucraina, rientrate attraverso la ferrovia di Minsk che più volte è stata colpita dai sabotaggi di dissidenti interni.

Nelle intenzioni di Mosca, quelle truppe ritirate fra la fine di marzo e l’inizio di aprile dal nord dell’Ucraina servivano a rinforzare il fronte orientale e meridionale. Ora, secondo quanto osservato dalla Difesa britannica, i russi avrebbero dispiegato 22 battaglioni tattici — di circa 1.000 uomini ognuno — nei pressi di Izyum, nell’est, da dove vorrebbero conquistare le città di Kramatorsk e Severodonetsk e poi spingere verso il Donbass: l’esercito di Mosca potrebbe scegliere una grande manovra a tenaglia e arrivare fino alla città di Dnipro, oppure un’opzione accerchiante ma meno ambiziosa, concentrandosi sulle regioni di Donetsk e Lugansk. «Prendere il controllo di queste città», sostiene in ogni caso l’intelligence londinese, «consoliderebbe il controllo militare russo nel nordest del Donbass e offrirebbe un punto di raggruppamento delle truppe per tagliare fuori le forze ucraine dalla regione».

Al momento, secondo l’analista Henry Schlottman, i russi avrebbero dispiegato 93 battaglioni tattici su un fronte lungo 900 chilometri. Oltre ai 22 schierati in direzione di Izyum, su una linea di 60 chilometri, ci sarebbero:

• 5 battaglioni in direzione di Kharkiv disposti su un fronte di 100 chilometri;
• 19 battaglioni in direzione di Severodonetsk su un fronte di 100 chilometri ;
• 7 battaglioni in direzione di Popasna su un fronte di 20 chilometri;
• 20 battaglioni in direzione di Donetsk su un fronte di 140 chilometri;
• 13 battaglioni in direzione di Zaporizhzhia su un fronte di 130 chilometri;
• 7 battaglioni in direzione di Kherson su un fronte di 160 chilometri.

La mobilitazione generale avrebbe un impatto sullo schieramento, ma non farebbe una differenza sostanziale: permetterebbe di estendere la leva per i coscritti sotto le armi, di chiamare i riservisti e anche tutti gli uomini in età da combattimento che hanno avuto un addestramento militare, ma per renderla effettiva ci vorrebbero mesi.

I russi — che hanno perso circa 15 mila soldati dall’inizio dell’offensiva — non possono contare però su riservisti ben addestrati e le reclute restano sotto le armi soltanto per un anno. «Una volta che diventano competenti, vengono smobilitati», nota l’ex marine Rob Lee, dottorando del dipartimento per gli studi di guerra del King’s College di Londra ed esperto di dottrina militare russa. In queste condizioni, sostiene Lee, una dichiarazione di guerra e una mobilitazione sarebbero ancora più rischiose per Putin: cambierebbe la narrativa del Cremlino, significherebbe ammettere che l’operazione speciale non è andata secondo i piani, mentre in questa fase i russi dovrebbero più che altro rendere la guerra insostenibile per Kiev.

Putin, sostiene ad esempio l’analista Alperovitch, potrebbe già dichiarare vittoria — come ha fatto più volte in Siria —e mettere fine alle operazioni principali, passando a tattiche di difesa per proteggere i territori conquistati: potrebbe essere difficile mantenere Kherson, ma se l’esercito russo attraversasse il fiume Dnipro e facesse saltare i ponti, sarebbe molto difficile per gli ucraini riprendere il controllo del corridoio terreste aperto fra la Crimea e la regione di Donetsk. Così, l’esercito russo potrebbe continuare a «terrorizzare» l’Ucraina con bombardamenti occasionali sulle città e bloccarne l’accesso al Mar Nero, strangolandone l’economia.

I movimenti segnalati dall’intelligence britannica si intrecciano con quanto sta avvenendo nel settore orientale. Gli ucraini sono riusciti a ricacciare i russi indietro di 40 chilometri a est di Kharkiv. Un successo significativo che — sottolinea l’Istitute for the Study of War — potrebbe costringere l’Armata a reagire dislocando nuove forze: per gli analisti non vi sarebbero tuttavia conseguenze per la pressione degli invasori sul grande focus, ovvero l’asse Izyum-Sloviansk.

Kiev sottolinea come il nemico abbia schierato altri sistemi lanciarazzi e pezzi d’artiglieria, tra questi i giganteschi Malka (203 mm) e alcuni semoventi Tyulpan, dotati di mortai pesanti: un’arma non nuova, ma che può avere qualche effetto. Il raggio d’azione varia, a seconda del munizionamento, tra i 10 e i 20 chilometri. La resistenza si è preparata allo scenario, ha costruito trincee profonde e protezioni affidandosi al Genio e all’esperienza sul campo. Per alcuni osservatori le difese potrebbero tenere, ma il volume di fuoco è devastante. Può incidere. Video diffusi sul web hanno rivelato poi mimetizzazioni, ma anche trucchi «antichi»: ad esempio l’uso di manichini nelle trincee. I lunghi calibri di Putin sono potenti, ribadiscono gli analisti, ma resta da valutare quanto siano precisi. Lo Stato maggiore ha indicato in un suo comunicato di aver centrato quasi 400 target.

Gli sviluppi a oriente non devono però distogliere attenzione dal resto del Paese. I russi, tra martedì notte e oggi, hanno sferrato un ampio attacco su Odessa, Leopoli e altre località nella parte centrale. Sono state colpite numerose stazioni, rete ferroviaria, sistemi elettrici, con conseguente black out, depositi militari. Quattro i punti:

1) Prosegue la distruzione di infrastrutture fondamentali.

2) È un tentativo di ostacolare flusso di aiuti militari, inclusi quelli che arrivano via treno dalla Polonia.

3) È la dimostrazione che nessuna parte del Paese è al sicuro.

4) Impiego esteso di missili: l’Armata ha anche usato i Bastion anti-nave contro bersagli terrestri. Gli apparati assicurano un raggio d’azione in profondità e non espongono un’aviazione sempre piuttosto debole.

A chiudere una nota sui rifornimenti occidentali. La senatrice americana Lisa Murkowski ha rivelato che la resistenza non avrebbe un numero adeguato di kit d’addestramento per i 5 mila Javelin anti-tank inviati all’esercito di Zelensky: sono dettagli che mettono in evidenza come i problemi logistici ci siano anche per i «difensori». L’offerta di materiale occidentale prosegue, solo che spesso sono mezzi di concezione diversa e la resistenza deve imparare a usarli.

Corriere della Sera, 4 maggio 2022

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