Il 9 maggio sarebbe dovuta finire l’operazione militare «speciale», nel giorno della festa della vittoria sul nazismo. Era una delle tesi circolate, ma la campagna è proseguita e quella scadenza storica è diventata un altro spartiacque: il 9 maggio, hanno ipotizzato varie fonti, Vladimir Putin potrebbe annunciare la «mobilitazione generale», accompagnata dalla dichiarazione di guerra formale. Questa ipotesi è stata esclusa ieri dallo stesso Cremlino e da diversi esperti, secondo i quali il presidente russo non ha bisogno di una grande mobilitazione per dichiarare vittoria in casa: già a questo punto, sostiene ad esempio l’analista Dmitri Alperovitch, può sostenere di aver «demilitarizzato» e «denazificato» l’Ucraina, avendone distrutto l’infrastruttura militare e il battaglione Azov, e di aver protetto la popolazione russofona in Donbass e Crimea.

La smentita del Cremlino vale però fino ad un certo punto. Mosca aveva ripetutamente escluso persino di voler invadere l’Ucraina. Chi non si fida guarda con timore all’esercitazione su larga scala cominciata ieri mattina dalla Bielorussia che intende testare «la preparazione dell’esercito per il combattimento». Le manovre — seguite alla telefonata di martedì fra Putin e il fedele alleato Lukashenko — non sono una minaccia per Kiev, sostiene la Difesa bielorussa, ma le parole giunte da Minsk non bastano a rassicurare gli ucraini. Già prima dell’invasione le truppe del neo-zar avevano condotto movimenti congiunti con quelle di Lukashenko, e poi da lì — all’alba del 24 febbraio — erano entrate in Ucraina. Di certo, la Bielorussia è una retrovia strategica per l’Armata: oltre ad aver agito come base di partenza per le colonne di Mosca, è stata usata anche per la rotazione delle truppe nel nord dell’Ucraina, rientrate attraverso la ferrovia di Minsk che più volte è stata colpita dai sabotaggi di dissidenti interni.

Nelle intenzioni di Mosca, quelle truppe ritirate fra la fine di marzo e l’inizio di aprile dal nord dell’Ucraina servivano a rinforzare il fronte orientale e meridionale. Al momento, i russi avrebbero dispiegato 93 battaglioni tattici — di circa 1.000 uomini ognuno, dato approssimativo — su un fronte di 900 chilometri. La mobilitazione avrebbe un impatto sullo schieramento, ma non farebbe una differenza sostanziale: permetterebbe di estendere la leva per i coscritti sotto le armi, di chiamare i riservisti e anche tutti gli uomini in età da combattimento che hanno avuto un addestramento militare, ma per renderla effettiva ci vorrebbero mesi.

I russi — che avrebbero perso circa 15 mila soldati dall’inizio dell’offensiva — non possono contare inoltre su riservisti ben addestrati e le reclute restano sotto le armi soltanto per un anno. «Una volta che diventano competenti, vengono smobilitati», nota l’ex analista Rob Lee. In queste condizioni, sostiene, una dichiarazione di guerra e una mobilitazione sarebbero ancora più rischiose per Putin: significherebbe ammettere che l’operazione speciale non è andata secondo i piani, mentre in questa fase i russi dovrebbero più che altro rendere la guerra insostenibile per Kiev.

Putin, dice l’analista Alperovitch, potrebbe già dichiarare vittoria, mettere fine alle operazioni principali e passare alla difesa dei territori conquistati. Potrebbe perdere Kherson ma, una volta varcato il Dnipro verso est, all’esercito russo basterebbe «terrorizzare» l’Ucraina con bombardamenti occasionali sulle città e bloccarne l’accesso al Mar Nero, strangolandone l’economia.

Corriere della Sera, 5 maggio 2022 (pag 10, pag 11)

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